Il tempo, gli incontri, i luoghi trasformano l’interiorità e la personalità. Delle esperienze e delle persone rimangono a volte residui di memoria che si aggrappano alla coscienza e che trasformano la percezione di un individuo. Questi frammenti di vita che si accumulano nella mente costituiscono lo spunto per una meditazione poetica sull’Io e sulla comunicazione con gli altri, che Riccardo Brotini, Elisabetta Scarpini ed Enrico Vezzi affrontano con gli strumenti propri della loro indipendente ricerca linguistica.
Senza chiedere carezze, di Elisabetta Scarpini, è la prima serie di opere che il visitatore incontra, entrando nello spazio espositivo dalla pianta affusolata. Fotografie stampate su tela ricamata si distribuiscono lungo le due pareti parallele, invitando a percorrere la sala passeggiando come nel modello cinquecentesco di galleria. Senza chiedere carezze si incentra sul tema dell’inappartenenza, sulla difficoltà di attraversare luoghi e momenti lasciandosene effettivamente penetrare. La figura dell’artista, profilata con un ricamo di filo nero, si staglia contro paesaggi urbani ripresi in scatti quasi casuali. Il corpo non ha contenuto e non interagisce in nessun modo con l’ambiente che abita.
Avanzando verso il centro dello spazio espositivo, giacciono a terra le testimonianze della performance di Riccardo Brotini. La sera dell’inaugurazione, l’artista ha lasciato scivolare su tre tele nere del colore liquido e bianco gocciolante da barattoli sospesi al soffitto. Lo slancio impresso da una spinta iniziale ha dato il via ad un moto a spirale come un pendolo di Foucault. Due autoritratti dell’artista stavano a guardare il tempo, senza lasciarsi toccare. Il colore ha disegnato sulle tele tre grandi spirali, che restano come segno di ciò che ormai è passato. Ho poco tempo ma non sono di fretta ha ipnotizzato gli spettatori con l’oscillazione dei barattoli e li ha trattenuti nella lentezza del proprio divenire.
Sulla parete di fondo della sala, prende vita il video di Enrico Vezzi, che instaura un gioco di rimandi tra lo spazio rappresentato e quello reale. I due estremi coincidono: il video è girato all’interno di Officina Giovani ed è inscindibilmente legato al luogo. La funzione del complesso architettonico, prima utilizzato come macello pubblico, e l’apparenza poco curata che aveva quando l’artista lo ha visto la prima volta hanno creato in lui una sensazione di disagio. Con Non credo ai miei occhi Vezzi rasforma dunque tale impressione in un’opera, che racconta come spesso l’essere immersi in ambienti difficili e disagevoli stimoli la necessità di approfondire la propria spiritualità. Sul corpo seminudo dell’artista, con le braccia aperte come su una croce, sono proiettate le diapositive che rappresentano la sala espositiva stessa. Su di lui resta l’immagine del luogo. Che si imprime –come capita un po’ a tutti prima o poi- nell’inconscio e sulla pelle.
veronica niello
mostra vista l’8 maggio 2004
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