L’iperrealismo dei paesaggi urbani e dei primi piani, mascherato dalla scelta di tonalità forti e artificiose, scivola lentamente nell’abbraccio onirico di una foresta incantata che talvolta si riflette, quasi con forza, negli specchi d’acqua. Mike Silva (Stoccolma, 1970) espone a Pietrasanta sedici oli su tela. Dai ritratti realizzati alla fine degli anni Novanta, ai paesaggi naturali, rurali e urbani dell’ultimo periodo, emerge un unico comune denominatore: il taglio insolito e il soggetto unico che il giovane artista, svedese di nascita ma londinese d’adozione, predilige. E il soggetto, che occupa l’intero spazio sulla tela, non si svela, celandosi dietro il particolare. Silva infatti sceglie di rappresentare luoghi veri. “Tutti i paesaggi che ho dipinto si basano su luoghi esistenti, ma in qualche modo a me familiari”, afferma l’artista intervistato da Luca Beatrice, curatore della mostra.
Quelle di Silva non sono però semplici riproduzioni della realtà, ma elaborazioni basate su un gioco di primi piani e chiaroscuri, alla ricerca del particolare. In Head I (1995) e Head II (1995) l’osservatore non è attratto dallo sguardo, che non a caso è in parte tagliato fuori dal ritratto, ma dalle imperfezioni e dai tagli sui volti. In White House (2006) è la luce accesa dentro la finestra che cattura, in una semplice domanda, il senso dell’immagine. Proviene da fuori, invece, la luce di Garage I (2005): chi osserva è dentro, nascosto nell’ombra. Sempre l’ombra cela una delle due panchine in Two Benches (2006).
Ma a lasciare più spazio all’immaginazione sono i ritratti di spalle di Jason I (1999) e Red Shirt (1999) e soprattutto i paesaggi surreali delle foreste, dove il realismo è mantenuto nel soggetto, mentre il tratto, il colore e la rappresentazione appartengono maggiormente allo stile dell’artista.
“Da quando ho iniziato a dipingere paesaggi, ho eliminato ciò che potesse rimandare alla presenza umana (personaggi, automobili, edifici…) al fine di rendere il lavoro meno narrativo possibile” dichiara ancora Silva. E se Fallen Tree (2005) e December Landscape II (2004) rinviano, nel titolo e nei colori, ad un preciso istante, Landscape 16 (2002), Landscape 17 (2002) e Landscape 19 (2002) non lasciano trapelare niente: spazio e tempo si confondono come in una fiaba. Particolare attenzione merita Untitled (2005): non solo l’oggetto (il televisore) rinvia all’uomo, ma è presente una vera contaminazione umana dell’oggetto con la rappresentazione di una crocifissione nello schermo.
monica miozzo
mostra visitata il 5 giugno 2007
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