Clare Chapman (Chertsey, 1974; vive a Londra)
sviluppa una propria ricerca pittorica che coniuga un’eccezionale abilità
tecnica a una riflessione poetica che reinterpreta e rende attuale il genere
della pittura a olio.
Tolti gli italiani, che ahinoi all’estero si conoscono
meno di quanto pensiamo, i debiti dell’artista spaziano dalle tele pastose e
ovattate di Rembrandt a quelle forme in movimento, brillanti e dinamiche, che ha prodotto Rubens. Anche nelle dissoluzioni della
pittura di Francis Bacon si possono ritrovare molti spunti, come nota David Foster nel saggio
che accompagna la mostra alla Galleria Margini. Quest’ultima propone una
selezione attenta e scrupolosa di giovani artisti internazionali molto validi,
ancora sconosciuti o poco noti nel panorama italiano, e Clare Chapman è senza
dubbio uno di questi: la sua opera non ha incertezze né debolezze, ha
un’identità forte ma è aperta a continue ricerche.
Non stupisce che uno dei suoi lavori l’anno scorso sia
stato acquistato da Dinos Chapman – nonostante l’omonimia non ha nessun legame
familiare con Clare – dato che, nonostante la distanza espressiva, i due
artisti condividono un comune interesse per il noir. La pittura di Clare induce infatti
a distogliere lo sguardo non appena l’occhio si posa sulle forme organiche
presentate violentemente sul primo piano della scena e illuminate da bagliori
apocalittici. Potrebbe infatti trattarsi di uno scorcio sul campo di battaglia,
come quello dei fratelli Chapman, illuminato dalla luce dei primi raggi del mattino o
dagli ultimi del tramonto. Qualcosa di vivo e macabro assale il visitatore,
sopraffatto dalla tentazione di riguardare penetrando con lo sguardo l’orrore
di quelle carni che sembrano sfatte, in metamorfosi o ancor peggio in putrefazione.
Se la crudeltà dell’iperreale ci ha assuefatto, rendendoci
cinici e indifferenti, i quadri di Clare Chapman invece, proprio per la
poeticità e la tecnica con cui sono realizzati, scuotono dall’interno e muovono
la coscienza. Si tratta, ovviamente, di una delle possibili letture di questi
lavori che, come fa sempre l’opera d’arte degna di chiamarsi tale, apre il
visitatore a molteplici e libere interpretazioni. Dato che senza dubbio il
tempo misurato attraverso la luce è protagonista di questi lavori, si potrebbe
ad esempio pensare, piuttosto che a scene di morte, alla nascita di nuove forme
di vita, ma ad ogni modo l’angoscia, la paura o la nostalgia sono sentimenti da
cui l’artista non libera mai e la grandezza del suo lavoro sta appunto
nell’inchiodare al cospetto con la coscienza di chi osserva.
federica forti
mostra visitata il 6 febbraio 2010
[exibart]
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