Entrando nella sala di Palazzo Vecchio, è in primo luogo il suono d’archi a invaderci, mentre intravediamo collage materici composti da parti di violino, corde e ponticelli su superfici grezze. La prima impressione è quella dell’assemblage cubista: le chitarre, i violini di Braque e Picasso. Siamo ancora troppo lontani. Lontani dalla rarefazione astratta del cubismo, quello che qui è in scena è un lavoro fatto di mille rifiniture che focalizza sulla perfezione e la necessità del particolare.
Figlia del grande liutaio Dante Regazzoni, con queste opere l’artista ha voluto rendere omaggio al padre, scomparso nel 1999. C’è una devozione
Fissata su tele o tagliata nella materia, è la sapiente orchestrazione geometrica a rendere possibile il suono. Il legno d’acero o d’abete si contrae e diventa, per l’altra metà, strumento, in un unico pezzo che è fatto ruotare su se stesso da un meccanismo. In Stele un tronchetto d’albero fa da piedistallo a un intaglio di quattro riccioli di violino, alternati, verticali che emergono come forma necessaria.
E’ frequente la giustapposizione di legno allo stato naturale e sagome, parti di strumenti che formano le tappe di una sintesi alchemica. Le immagini di un video mostrano Dante Regazzoni al lavoro ed alberi, rami, contro un cielo azzurro, in un montaggio alternato e veloce.
Citazioni di Kandinsky, Chagall, Prampolini costellano la sala, ma quella che ci pare essere la più appropriata viene dal liutaio che, descrivendo il suo lavoro, dice “Mi piace lavorare tra il conscio e l’inconscio in quello stato che sta in bilico fra il silenzio e il suono”. E’ di quel fra che la mostra vuole essere materializzazione.
giovanna gioli
mostra visitata il 30 marzo 2003
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