Si entra in stanze semioscurate, vuoi per la fragilità dei manufatti dentro le teche, vuoi, immaginiamo, per evocare la provenienza macabra e tombale dei frammenti d’abiti che vediamo esposti: provengono tutti dalle tombe medicee di San Lorenzo, e sono completamento irrinunciabile per la conoscenza del Cinquecento fiorentino.Gli abiti di Cosimo ed Eleonora dei Medici, finalmente restaurati per quanto possibile, ci restituiscono, ben oltre i ritratti smaltati di Bronzino e i busti di Giambologna, l’immagine fisica dei granduchi di Firenze.
Di Eleonora ci viene fatto sapere che il suo sarto personale aveva il medesimo stipendio di Bronzino, pittore di corte, e dunque anche lei – come tante donne prima e dopo – aveva un debole per gli abiti alla moda e quasi dispiace che sia stata vestita di
Vedere la giubba di Cosimo I, e evocare l’immagine del politico e mecenate, è un tutt’uno, eppure in entrambi i casi l’ausilio della ricostruzione grafica è fondamentale a causa della frammentarietà dei resti. Per conservazione è al contrario stupefacente osservare giubbone, braconi e “cappotto” di Don Garzia, morto prematuramente a 15 anni, e i cui abiti hanno conservato, oltre un’eccezionale integrità, anche un bel colore blu cupo.
Se abiti di quasi cinquecento anni sono rari, esistono al mondo solo due mantelli copti databili al VI sec.d.C e uno è esposto insieme ad alcuni capi curiosi – pantofole, calze di lana, cuffia – nella sala dedicata agli abiti copti, che completa l’esposizione sulla moda e bellezza che coinvolge i musei archeologici a livello nazionale. Il termine copto indica i cristiani egiziani e i capi esposti attestano la produzione tessile egiziana, specificamente quella di Antinoe, città del Medio Egitto, fondata da Adriano attorno al 130 d. C. in memoria dell’amato, Antinoo. La città, che divenne sede episcopale e fiorente centro produttivo, ospitò una campagna di scavo fiorentina tra il 1935 e 1939, alla quale si deve la consistente collezione di tessuti copti del Museo Archeologico. In questo caso le favorevoli condizioni climatiche hanno
Avviandosi verso l’uscita la sala centrale ospita i kimono di Gianna Scoino, in cui l’abito tradizionale giapponese diventa un pretesto per un percorso spirituale. Garze soprammesse accolgono segni, scritture che si trovano sul confine tra la definizione formale di abiti e quella di essere scritture visuali, e dove coesistono felicemente fisicità e simbolo.
Infine, libri sparsi, perché pervenuti da donazioni o scambi disparati, uniti dalla loro rarità: almanacchi, giornali d’epoca campionari di tessuti che costituiscono la piccola biblioteca del museo.
Si tratta dunque di una panoramica eterogenea, che traccia tante vie percorribili per avvicinarsi al passato e al presente attraverso l’abito, che ieri come oggi racconta le storie di chi lo crea, di chi lo indossa o di chi semplicemente lo sogna.
silvia bonacini
mostra visitata il 30 gennaio 2004
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