All’apparente eterogeneità -anche cronologica- delle opere in mostra, si contrappone come filo conduttore una comune descrizione del corpo come esperienza. La mente conosce il mondo attraverso i sensi, e il corpo è esposto continuamente ai loro attacchi, memore incosciente di esperienze somatizzate, sofferte o godute, da cui non si può prescindere. Anche se nella società dei media la vista sembra predominare rispetto agli altri sensi e il corpo diviene solo un feticcio -immagine con cui confrontare il nostro valore e la nostra interiorità, abito dell’anima in cui spesso non ci riconosciamo- esso resta l’accesso obbligato alle nostre esperienze. Ed è qui che gli artisti indagano: nel dolore di Unveiling series, the Women of Allah di Shirin Neshat, storia di divieti e violenze che ogni donna araba porta scritta sul volto; o negli stati emotivi vissuti dalle modelle di Vanessa Beecroft. Anche i vestiti si trasformano in una pelle, e distinguono i popoli, come in Untitled di Chris Ofili, ritratto di una donna africana in abito tradizionale. Il lavoro di Erik Parker suggerisce che tutto quello che l’uomo fa o vede, tocca, ascolta e gusta, circola al suo interno, così come parole, motti, immagini, sensazioni si imprimono negli organi del nostro apparato biologico. Il corpo come superficie assorbente e memoria è anche per
Se i molteplici ruoli che si assumono oltre all’io e al suo doppio generano alienazione, Sandro Chia mostra questo gioco dell’apparenza in maschere vuote, che non appartengono all’uomo ma tramite cui viene riconosciuto. Pieces di Robert Gligorov invece svela cinicamente la natura dell’essere umano: carne soggiacente a forme. L’esposizione della bellezza pura sembra assente nella ricerca di questi artisti; corpi e pelli sono affrontati nella loro sincera e autentica fenomenologia di esperienza e icona.
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