Sono di dimensioni variabili i pannelli con cui Philippe Delenseigne (Calais, 1971; vive a Pietrasanta) ha completamente rivestito le pareti dello spazio espositivo. Alcuni sono grandi come ante di porte, altri meno di una cartolina. Sono pannelli bianchi di pvc su cui l’artista è intervenuto con la colla a caldo, anch’essa bianca, applicata con la pistola, e che ha poi fissato alle pareti grazie a un’armatura di legno. Come illustra il video presente in mostra, proiettato sulla vetrata accanto alla porta d’ingresso e visibile anche dall’esterno. Si inseguono da un pannello all’altro, per niente disturbati dal fatto di appartenere a supporti distinti, stilizzate figurine umane filiformi, sinuose e leggerissime, in pose di danzatori esperti, di giocolieri che giocano con la propria testa, di veloci nuotatori, di contorsionisti che unendo le mani al di sopra della testa assumono l’aspetto di occhi. Oppure, braccia aperte a reggere ognuna una testa, diventano uteri e tube di Falloppio. O ancora, incrociandosi gli uni agli altri, assumono un andamento da elica di DNA. Si inseguono fino a invadere il pavimento, ugualmente ricoperto di lastre di marmo nero su cui l’artista ha inciso figure simili, seppure molto più distanziate. L’impressione che ne deriva –al di là del programma iconografico, anch’esso illustrato da Delenseigne nel video– è quella di uno spazio saturo di forme germinanti ma contemporaneamente smaterializzato, fluido, avvolgente e coinvolgente, che culmina nei due episodi più intensi, posti nelle due pareti laterali. In quella di destra si sviluppa dal basso una sorta di albero della vita, in cui il succedersi delle generazioni termina e culmina in immagini quasi floreali. Nella parete sinistra, invece, nell’unico momento in cui la colla aggetta prepotentemente dal supporto, c’è un’esplosione ellittica di materia al cui centro, trionfante, si trova un’unica figurina umana, le gambe unite, le braccia alzate a formare un arco rovesciato.
L’uso di un colore puro (addirittura bianco su bianco), l’arabesco lineare, lo schema centrifugo prodotto dalla ripetizione del ritmo fanno venire in mente l’idea che Henri Matisse aveva di arte decorativa: la forma più alta di arte, anzi, l’unica forma di arte possibile, capace di esprimere e comunicare il proprio significato spirituale attraverso forme il più possibile semplici e universali. Capace di agire sull’osservatore per empatia, per contagio, a metà strada tra la coscienza analitica e l’incoscienza sintetica. Capace, in questo caso, di creare una ragnatela di linee sottilissima ma abbastanza resistente da avvolgere ogni forma, ogni pensiero, ogni movimento.
donata panizza
mostra visitata il 17 marzo 2007
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