Le tre esposizioni sull’arte toscana del dopoguerra chiudono, l’ultima, qualcosa di diverso e complementare, apre. Magnete, un titolo altamente evocativo per una rassegna che si muove nell’ambito delle presenze degli artisti stranieri in Toscana, terra, appunto, “magnetica”, capace di catturare e affascinare ancora come poche altre al mondo. Il colpo basso, si direbbe quasi un “non vale”, è l’ambientazione nella magica Fattoria di Celle, che ospita una delle più prestigiose collezioni di arte. Molti degli artisti invitati hanno infatti qui prodotto il loro capolavoro, pensiamo al labirinto di Robert Morris o ai bronzi di Magdalena Abakanowicz, a Dani Caravan, Sol LeWitt, Richard Serra .
Ma a fianco di loro, nelle strutture espositive offerte dalla fattoria, si aprono al visitatore alcune ricche rassegne temporanee, in un continuo interscambio fra chiuso e aperto. La mostra viene così a strutturarsi in quattro sezioni: Magnete, con opere di artisti attivi a vario titolo in Toscana, da Moore ad Arp, Rauschenberg, Karel Appel, Christo, Bill Viola, Vito Acconci, citando a caso, inoltre i progetti di Santiago Calatrava e, udite udite, il tormentone dell’anno, il progetto per la nuova uscita degli Uffizi di Arata Isozaki; la Collezione permanente nel parco; Rinascimento, che ripropone le opere donate dagli artisti italiani e stranieri alla Galleria degli Uffizi dopo la strage dei Georgofili; Fatti e persone, vastissima documentazione sui centri d’arte in Toscana.
La curatrice Angela Vettese non nasconde le difficoltà della materia, proprio per la vastità dell’ambito che si vuole indagare. Si è concepita così una mostra indiziaria, incentrata su due fili conduttori: i luoghi, ovvero i poli di attrazione (Firenze, Pisa, Prato, Siena, ma anche Carrara e Pietrasanta, o centri d’azione più piccoli come Livorno, San Quirico D’Orcia, San Gimignano e, appunto, la Fattoria di Celle) e gli “attratti”, cioè chi in questa terra è venuto e le motivazioni che li hanno mossi. E così emerge la complessità, e la fertilità, di un quadro assolutamente variegato. Vogliamo riportare a proposito la nota conclusiva del saggio in catalogo della Vettese, che sottolineando il “reticolo labirintico” che emerge, nota come si raccolgano in mostra “tipologie artistiche differenti, sorrette da presupposti estetici sovente incompatibili…La mescolanza di questi generi non deve apparire come una mancanza di presa di posizione critica, ma anzi come la consapevolezza che una definizione univoca dell’arte è impossibile… Per qualsiasi tipologia creativa batta il nostro cuore, non ci è consentito considerare le altre fuori corso ”. Parole sante, da scolpire con il mazzuolo sulla fronte di tanti critici.
All’assessore regionale Mariella Zoppi, infine, che in sede di conferenza stampa ha criticato il complesso dell’operazione “Continuità” come un brutto flop , vorremmo chiedere con tutto il cuore, e alla prima occasione lo faremo, chi ne ha dettato le linee guida, incaricando, ad esempio per la mostra di Pistoia, un curatore che ha candidamente riconosciuto di non aver saputo nulla fino a quel momento dell’arte toscana del periodo affidatogli. E poi è proprio sicura, caro Assessore, che 10.000 visitatori per una rassegna
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