La mostra dedicata a Carlo Cantini, curata da Anna Amonaci e ben allestita nel sacello dell’ex-chiesa di San Pancrazio, documenta l’avventura artistica del fotografo fiorentino maturata nell’arco di un trentennio, dal 1970 al 2000.
Non si può procedere alla visita senza avere ricordato come Cantini, formatosi nell’ambiente di Sele-Arte, la rivista di Carlo Ragghianti, alla fine degli anni ’50 rivolga la sua ricerca verso una fotografia che seguisse il meno possibile intenti documentari. Da questa ispirazione, e dall’incontro con un artista quale Mario Giacomelli, scaturiscono i primi lavori autonomi: fotografie in bianco e nero rifotografate e sviluppate ad alto contrasto, nella stampa finale le sagome si ritagliano piatte contro gli sfondi lattiginosi ricordando l’arte della litografia.
Allontanandosi sempre più dall’ambito del Neorealismo con la sua fotografia di taglio quasi esclusivamente reportagistico, Carlo Cantini si avvicina alle
Due incontri influenzano la produzione della seconda parte del decennio: quello con Remo Salvadori e, soprattutto, quello con Aldo Rostagno. Quest’ultimo praticava in quegli anni diverse esperienze teatrali che portavano a creazioni più eidetiche che narrative, improntate ad una estetica un po’ floue surrealista; con Teatro invisibile Cantini realizza una delle serie di scatti più suggestive e più artisticamente compiute.
Dagli anni ’80 in poi il fotografo sperimenta nuovi sistemi di rappresentazione, riservandosi fra l’altro di intervenire direttamente sul negativo o di schermare l’obiettivo, e arriva, negli ultimi lavori, a utilizzare anche tecniche digitali.
Contemporaneamente Cantini si addentra nell’analisi di diversi temi, dal tono intimista degli scorci ritratti in Nostalgia alle evocazioni tra sogno e mitologia della Terza Nave. Queste bellissime stampe a colori, incentrate su un dialogo immaginario tra Cassandra e Achille, e suggestionato dal romanzo di Christa Wolf, dichiarano ancora una volta l’autonomia di Carlo Cantini dalle correnti politicamente corrette e la formulazione di un’estetica propria.
I lavori degli anni più recenti, infine, mantengono tanto la memoria del rigore formale, la serie di Doppiosogno, quanto una forma di inclinazione verso l’arte concettuale.
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