Non si vede nessuno, ma c’è qualcuno che osserva. Tutti i palazzi sono disabitati. Le finestre sono buchi neri, oppure hanno vetri che non riflettono nulla. Un senso di magica consunzione tocca ogni facciata, rende percepibile il segno del tempo e del vuoto. E’ un’oggettività impossibile, quella dei sogni: ogni dettaglio è meticolosamente registrato, riprodotto, dipinto, ma, in fondo, c’è sempre un dettaglio che non collima, che lascia perplessi.
Un tempo si parlava di Realismo Magico, per Stephan Hoenerloh si potrebbe coniare il termine di realismo impossibile. I particolari sono ritratti con un virtuosismo quasi fotografico, le regole del disegno prospettico sono rispettate eppure rimane sempre qualcosa di inspiegato a tradire la percezione: si tratta di visioni che paiono il frutto di un incantesimo.
Ogni scorcio è sottoposto ad uno spiccato verticalismo, ancora una volta del tutto improbabile: gli edifici sono così alti e stretti che l’inquadratura ne taglia necessariamente –ed intenzionalmente- la base. Da qui, forse, la forte sensazione di vertigine, dal momento che si sa esattamente in che modo e dove gli edifici finiscono, ma mai è dato vedere dove questi poggino, probabilmente nel nulla. E si può solo immaginare.
Nello specifico, la disposizione delle tredici opere accresce quella sensazione di spaesamento e vertigine che coglie lo spettatore dinanzi alle tele dell’artista berlinese. In entrambi gli ambienti l’osservatore si trova circondato da punti di vista non solo impossibili, ma tra loro inconciliabili. I punti di fuga prospettici, già di per sé audaci, accostati e messi a confronto gli uni agli altri, danno luogo ad un disorientamento spiazzante, allucinato. Eppure queste sensazioni, per quanto fondate, non sono mai estreme, e forse neppure evidenti. Si manifestano in maniera sottile, discreta. Giocano con la percezione e la vincono.
Esattamente come fanno i sogni: dipingono un mondo inesistente e riescono a farlo passare per reale.
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www.hoenerloh.de
francesca mila nemni
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