Paolo Leonardo guarda le città, le scarnifica e scrive storie sulla loro stessa sostanza, quella dei manifesti pubblicitari. L’idea è quella di un passaggio attraverso la città, un viaggio che conosce marce e accelerazioni diverse. La velocità, a volte, è così alta da lasciare sulla retina solo l’impressione di una fuga che si perde nella notte, verso altre piazze, altre strade e altre città. Altre volte lo sguardo rallenta per lasciare il tempo di osservare un primo piano silenzioso, un qualche dolore tutto contemporaneo di violenza o emarginazione. Dalla convergenza di questi diversi passaggi si condensa, per successive azioni di sovrapposizione e sottrazione, qualcosa come l’idea assoluta (sciolta da riferimenti) dell’immagine della città contemporanea.
Il lavoro che Paolo Leonardo presenta chéz Bagnai, a Firenze, si svolge lungo orizzonti sconfinati, gli stessi cui alludono i formati (in 16/9) delle opere esposte; queste contengono tutti i dati delle precedenti fasi della sua ricerca, con una maturità nuova. Sul piano esecutivo è riconoscibile una significativa evoluzione. Si tratta di un cambiamento sostanziale della tecnica, che si è liberata di una certa aggressività e, si potrebbe dire, si propone come asciugata da una forma d’ideologia che la connotava in precedenza. C’è un’attenzione più puntuale, pacata nella sua minuziosità, verso il segno.
Ma è nel punto di vista del ‘narratore’ che sono avvenuti i cambiamenti più importanti. Non sembra più essenziale, all’artista, riportare le immagini al loro contesto di spazio urbano, alla loro identità di prodotto seriale, di immagine radicalmente pop perché sottratta al materiale iconografico della pubblicità. Le opere di Leonardo adesso riflettono su una possibilità (volutamente narrativa) di finitezza estetica autonoma.
Nella project room si trova il video che Leonardo ha ideato e realizzato con la collaborazione di Daniele Gaglianone. È leggibile come un’introduzione, e anche un commento, all’esposizione del piano superiore. Le visioni di Leonardo sono necessariamente quelle di un viaggiatore notturno. Non tanto perché le sue città sono sempre metafisicamente deserte e malinconiche. È la meditazione che è specificamente notturna: oscillante tra una visionarietà tossica e onirica e quella lucidità, innamorata dello spazio urbano, che è propria dei nottambuli.
pietro gaglianò
mostra vista il 5 marzo 2005
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