Yael Braverman parte dall’incisione utilizzando la tecnica in modo consapevole e raffinato; da questa base elabora un proprio codice espressivo con l’adozione di contaminazioni che vedono sovrapporsi a paesaggi urbani figure umane, ora antiche ora futuribili. Un’unica città, Parigi, è lo sfondo per tre differenti temi che danno il titolo alle serie di opere esposte in mostra.
In Paris enigme una folla di volti popola le strade: sono passanti indifferenti, appena consapevoli della propria esistenza; nella stessa atmosfera caliginosa, al di sopra della città, coppie di amanti eterei danzano sui tetti di Parigi.
In Eternels Passagers lo sguardo si rivolge verso paesaggi meno consueti: periferie industriali, ciminiere fumanti e binari ferroviari. In primo piano, personaggi virtuali si muovono alla ricerca di un’ipotesi di vivibilità: i corpi “ideali” sembrano guidati da un istinto atavico; una animalità vergine li spinge a guardare oltre le brume dello squallore periferico, inseguendo la soddisfazione di un bisogno di naturalezza.
Chemins d’antan vede altre figure delinearsi contro i medesimi fondali: sono fotografie dell’album di famiglia dell’artista, volti d’altri tempi che nulla sembrano sapere di quanto li circonda. Adulti e bambini, tutti rigorosamente in bianco e nero, sostano muti in una
Carlo Sain rifiuta le regole classiche della composizione pittorica e utilizza come unici strumenti carta stampata e diluenti chimici. Pagine di riviste patinate, raffiguranti per lo più indossatrici o accessori di moda, costituiscono il supporto delle sue opere. Il suo pennello, intinto nella trielina, trasfigura le icone del benessere, sfrutta i colori e stravolge le immagini. A metà strada tra il Nouveau Realisme e la Poesia visiva, Sain indaga dall’interno il linguaggio per immagini caratteristico del mondo della pubblicità.
Il fine ultimo di quest’operazione non si dichiara in modo esplicito e oscilla tra esiti differenti. Le immagini, scaturite da altre immagini, suggeriscono una riflessione sulla mutevolezza di quanto ci circonda, “una metafora del tempo”, un ironico “memento mori”, rivolto alla fredda bellezza delle top model.
Pietro Gaglianò
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