In un breve, prezioso, saggio pubblicato recentemente, Salvatore Settis si interroga sulle infinite implicazioni della cultura del classico nella civiltà contemporanea (Futuro del ‘classico’, Einaudi, 2004). In relazione al linguaggio postmoderno (inteso come reazione antitetica al modernismo) l’autore evidenzia l’uso di un citazionismo intrinsecamente frammentario che, per diverse ragioni non tiene conto della distanza tra il ‘classico’ e i disparati classicismi di cui è costellata la storia occidentale, e non solo.
Carlo Maria Mariani e Luca Pignatelli insieme in mostra e concettualmente entrambi citazionisti del mondo antico, rappresentano due sintesi artistiche che, pur partendo da un serbatoio estetico comune, giungono ad esiti del tutto distinti.
Luca Pignatelli (presente con un trentina di opere di vario formato) è autore di una cifra stilistica personale ed autonoma in cui l’eredità classica si tramuta da spunto iniziale in ingrediente complementare. Nelle opere esposte colonnati corinzi, fori imperiali, monumenti (tutti recanti il generico titolo di Roma o Rovine) e teste di divinità si danno il cambio agevolmente con sferraglianti locomotive, aerei da guerra e skyline di metropoli contemporanee (New York, i vari Treno), dipinti sempre su ruvido telone ferroviario. Il connubio è sempre felice, grazie anche alla tecnica pittorica, un po’ graffito un po’ bleaghing, e le opere di Pignatelli, queste e quelle meno recenti, dimostrano di adottare il patrimonio greco e romano come generico riferimento, contesto o termine isolato funzionale al confronto, sul quale si innesta una logica formale che è, in definitiva, strettamente contemporanea.
Carlo Maria Mariani muove da suggestioni neoclassiche per approdare ad una forma di romanticismo nostalgico giustificato, per ammissione dell’artista, dalla ricerca di una bellezza ideale che diventa merce sempre più rara, più difficile da trovare e da difendere. Non l’Anacronismo, dunque, di cui Mariani si dichiara un preconizzatore, ma una personale crociata contro la contemporaneità. Il classicismo alla maniera di Winckelmann di Mariani si chiude, quindi, in una rievocazione estetizzante e drammatica, con omaggi a Savinio e De Chirico (vedi L’imponderabile del ‘97, o Visionario del 2002), che a tratti si riga di intenti ironici (come nel piccolo Quadro devozionale dove un’esangue dea si inarca per abbeverarsi alla fontana/orinatoio di Duchamp).
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