Il titolo è preso in prestito a John Ruskin e allude alla donna ideale della società vittoriana, angelo e custode del focolare domestico, ma allo stesso tempo conduce a sottolineare le contraddizioni di questo modello. Infatti è insolita la presenza di tante donne pittrici –da Jane Benham Hay a Marie Spartali Stillmann- e di protagoniste letterarie – dalla pioniera Elisabeth Barrett Browning a Ouida – riunite da Henry James sotto l’etichetta di “pellegrine appassionate” e mitizzate per la cultura contemporanea dalla Lucy di Camera con vista che infine solo a contatto con il sud riesce a liberarsi dalle costrizioni e dagli obblighi imposti dalla società vittoriana.
Da un lato queste protagoniste costruirono nelle loro dimore fiorentine delle ville all’antica e il fascino della vita in villa, up at the villa, è reso da fotografie d’epoca e dalle manifatture Chini e Cantagalli, o dagli arazzi e dai cassoni che riproducevano per il gusto dell’epoca –fortemente segnato dall’esperienza morrisiana- motivi ispirati al Rinascimento. Dall’altro, la vita a Firenze e sulle colline costituiva un’alternativa esistenziale e dava la possibilità di esprimere passioni e sentimenti, attraverso la rievocazione del passato in romanzi e dipinti: sia la mostra sia il catalogo cercando di ricostruire la ricchissima produzione di guide, libri di ricordi e diari di viaggio di cui si nutrivano i protagonisti di queste vicende.
Gli anglo americani a Firenze hanno costituito una civiltà parallela e ricchissima le cui memorie sono però spesso andate distrutte, come è distrutta, almeno in parte, la stessa Firenze che avevano amato. Per questo si rende necessaria un’evocazione almeno cartografica della città prima che i lavori per Firenze capitale ne mutassero definitivamente il carattere medievale, e il senso di raccoglimento profondo che si poteva ancora godere all’interno stesso delle mura, una città ancora lontana dai tormenti e dagli orrori dell’industrializzazione in cui rivivere appieno un sogno medievale, traslandolo negli edifici moderni -il castello di Vincigliata, la chiesa russa- in un percorso in cui si rincorrono verità e finzione.
Una figura chiave della mostra è quella di John Fairfax Murray, che al pari di Stefano Bardini, Bernard Berenson e altri procacciava capolavori ai collezionisti inglesi, ma faceva anche da tramite per il gusto preraffaellita, diffondendo copie delle opere di Rossetti e sue invenzioni. Dal punto di vista della ricostruzione storica, un episodio straordinario è la ricostruzione del grande altare dipinto da Spencer Stanhope per la Holy Trinity Church di via Lamarmora che, smembrato e venduto nel 1970, costituisce un testo di riferimento per la storia del gusto.
Infine una mostra di volti e personaggi: sono molti i ritratti sia di grandi pittori, come John Singer Sargent che apparteneva a questa élite mondana, sia opere di sapore più domestico, che rievocano, con la leggerezza del pastello, gli ozi e i passatempi di un mondo perduto.
silvia bonacini
mostra visitata il 6 aprile 2004
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