È curioso notare come gli artisti ungheresi presenti in questa mostra, pur rappresentando paesaggi e realtà così distanti da noi, risentano fortemente di una cultura internazionale che circolava in Europa grazie alle grandi esposizioni che si svolgevano a Parigi, Monaco e, dal 1867, anche a Budapest. Stupisce infatti trovare lo stesso contrasto fra il verde e il rosso di Monet nel Prato con papaveri di Merse, o di ricordare la luce intensa e abbagliante di Signorini davanti ai cespugli di malve di un quadro di Ébner.
Anna Maria Merse, curatrice della mostra, ha scelto le
Al fine di cogliere i movimenti più all’avanguardia, per gli artisti ungheresi il viaggio di istruzione all’estero era indispensabile, ma se all’inizio la meta di questo viaggio fu soprattutto l’Italia, dove Markó senior aveva ottenuto grandi successi, e dove i figli, insieme ai Macchiaioli, dipingevano dal vero a Staggia ricercando lo scintillio dorato delle fronde e il variare dei colori; dalla metà dell’Ottocento le mete preferite divennero gli atelier di Vienna e Monaco. Nacque così il naturalismo ricco e pastoso di Munkácsy, vicino sì al realismo di Menzel, ma anche interessato a comprendere tutte le sfumature della natura e i diversi effetti atmosferici, motivo che lo spinse a trascorrere alcuni anni, con l’amico Paál, nella foresta di Fontainebleau, laddove era nata la scuola di Barbizon.
Dagli anni Settanta è soprattutto la cultura di Parigi, dove le prime opere degli Impressionisti si accendevano di scintillii di luce, ad attirare i giovani artisti ungheresi, che si distaccarono così sempre più dal gusto accademico romantico ancora predominante in patria; quel gusto che aveva rinnegato uno dei più grandi pittori ungheresi, Szinyei Merse, le cui composizioni, derivate da una visione armonica dell’uomo con la natura, restarono ignorate a lungo.
In virtù del sempre maggiore interesse per la pittura en-plein-air, anche in Ungheria, come in tutta Europa, gli artisti iniziarono a ritrovarsi fra loro per dipingere all’aperto, prima a Szolnok, dove si sviluppò il colorismo ricco e acceso di Fényes, poi a Nagybánya. Principali esponenti di questa seconda colonia furono Ferenczy, la cui pittura fortemente contrastata di luci violente e ombre profonde diventò quasi la cifra stilistica della colonia, e Koszta, che per trent’anni rappresentò la grande pianura e i contadini, suoi umili ma eroici abitanti.
Chiudono la mostra tre pittori, Tihanyi, Márffy e Berény, che filtrando con la ragione le loro osservazioni sulla natura come insegnava Cézanne, giungeranno ad accostarsi alle avanguardie, concludendo così quella stagione di ricerca appassionata degli effetti luministici durata quasi un secolo.
linda pacifici
mostra vista il 4.X.2002
Grandi ritorni, blockbuster e nuove mitologie del maxi schermo. L’agenda dei titoli imperdibili, da gennaio a dicembre
Un incendio nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio ha gravemente danneggiato la Vondelkerk, chiesa progettata da…
Nel centenario della sua morte, il Musée d’Orsay dedica la prima grande monografica francese a John Singer Sargent, restituendo alla…
FORGET AI è il primo magazine di moda cartaceo interamente generato attraverso processi di intelligenza artificiale. E sembra dirci che…
A Hobart, il museo MONA dell’eccentrico collezionista David Walsh ha presentato una nuova installazione permanente e immersiva di Anselm Kiefer,…
La storica chiesa sconsacrata di San Francesco della Scarpa, nel centro di Lecce, ospita una suggestiva mostra di Driant Zeneli:…