Nei locali della vivace griffe fiorentina Patrizia Pepe, la giovane curatrice Desdemona Ventroni presenta gli ultimi lavori di Raffaele di Vaia. L’artista espone due serie di rielaborazioni fotografie e un video con i quali tenta di carpire l’attimo dell’ispirazione artistica, quell’input creativo che determina l’intuizione e l’urgenza della concretizzazione. La serie di ragni realizzati su acetato trasparente, montati su lastre di plexiglas e l’aracnofobico video, si concentrano su immagini kafkiane tramate dall’inconscio dell’artista durante un sogno particolare. Un sogno che misteriosamente si collega ad un lavoro precedente di di Vaia, quello del Nauhal.
Secondo alcune leggende messicane, il Nahual è l’animale che ogni persona ha come riferimento, perciò se durante la vita l’uomo fa del male a questo essere avrà dei riscontri negativi, viceversa, positivi. Il racconto narra anche dell’esistenza di alcuni uomini illuminati capaci di trasformarsi nel loro specifico animale.
Di Vaia –che nel sonno vive anch’egli il momento della mutazione- concentrato sulla ricerca dell’illuminazione, diventa animale, un ragno, e tenta di fermare con ogni mezzo il ricordo di questa situazione. Il video infatti si alterna in due fasi distinte: una statica, durante la quale osserviamo l’artista chiuso nel suo studio preda di momenti autistici mentre cerca di trovare la concentrazione e lo stato mentale per poter tornare ad essere ragno; l’altra iper movimentata dove la sua testa in primo piano rotea su se stessa a una velocità tale da rendere appena avvertibili le fasi della trasformazione in atto.
Questi attimi di convulsione sono fermati in una serie di stampe perimetrali al video intitolata Capi. I ragni trasparenti, montati su plexiglas, sono anch’essi il risultato di un’immagine estrapolata dal ricordo, per questo appaiono appena percettibili e sfaldati come ombre. Solitamente di Vaia -affascinato dalle possibilità della trasparenza- utilizza il vetro come supporto delle sue opere per ottenere una suggestiva rifrazione sul muro.
Per la mostra al Tessilform di Patrizia Pepe, visto lo spazio connotato da un particolare utilizzo architettonico del colore, l’artista ha scelto come supporto un plexiglas più neutro rispetto al vetro. I pannelli sono disposti uno di seguito all’altro, un lato poggia sul pavimento l’altro inclinato contro il muro, in modo da ottenere una lieve proiezione sulla parete. Evitando, con una precisa scelta poetica, l’utilizzo dell’illuminazione diretta.
gaia pasi
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