Narra la cosmogonia aborigena australiana che quando gli antenati si svegliarono dal sonno primordiale, ognuno nella propria fossa, destandosi cominciarono a camminare cantando, e ad ogni passo incontravano un animale, un albero, una collina e davano loro il nome con il canto. Era il Tempo del Sogno.
Grazie all’attività di sensibilizzazione intorno ai luoghi sacri dell’Australia e alla situazione degli Aborigeni -e grazie in larga parte al planetario successo letterario delle Vie dei Canti di Bruce Chatwin – l’immaginario artistico degli indigeni australiani è stato conosciuto in occidente.
L’arte contemporanea aborigena è una forma di pittura-scrittura (l’unico tipo di scrittura noto a questa cultura) da sempre radicata nella tradizione dei nativi. In origine era pittura sul corpo, o sulla terra, realizzata con semi e pigmenti naturali (una tecnica che richiama la suggestione
In realtà la pittura aborigena va molto al di là dell’astrattismo. Nelle 70 opere raccolte per questa prima esposizione italiana, è chiaramente percepibile come l’astrazione sia solo un processo strumentale, quasi un ponte percettivo che gli artisti utilizzano per riportare sulla tela la loro visione del mondo. I totem zoomorfi, e le altre figure, sorgono da una superficie puntinata di colori materici che rappresenta il paesaggio così come lo vedono gli aborigeni.
La mostra comprende diversi esempi di pittura e una raccolta di oggetti rituali finemente decorati: cestelli in corteccia, boomerangs e didjeridoos, i rami di eucalipto che, resi cavi dalle termiti, diventano naturali strumenti musicali.
Ogni artista ha una propria cifra stilistica, una tecnica personale e un modo diverso di
Le opere di Linda Napaltjiarry (ma non solo le sue) ricordano da vicino il graffitismo anni ’80 di Basquiat. Questa affinità, come rileva Lara Vinca Masini nel suo saggio in catalogo, sarebbe alla base del successo commerciale della pittura tribale australiana.
pietro gaglianò
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