Fermandosi di fronte a Cavalese 3/2/1998 Installation, l’opera che ricorda la tragica e insensata morte di venti persone, la prima cosa che si nota è il silenzio. E’ un silenzio visivo offerto da un’esile struttura aerea ancorata a un panettone di cemento e al muro della galleria. Il cavo d’acciaio unisce realismo materico e simbolismo, chiamando alla mente il “filo del destino” che nella mitologia (alla quale l’artista fa spesso riferimento) era tessuto dalle Parche per decidere vita e morte degli uomini. Le forbici del mito sono in questo caso la coda di un aereo militare, guidato da un inconsapevole (ma non per questo innocente) portatore di sventura.
La seconda sensazione è di pace. Ogni segno messo insieme da Janine Thüngen viene poco alla volta a dispiegarsi. Venti “provette” di vetro sospese lungo il cavo contengono delicati fogli di carta di riso, con i nomi e le date di nascita e di morte e le nazionalità delle vittime. Sono urne del ricordo, che non contengono sterili ceneri ma lo spirito vivo di un rapporto tra l’artista e i mancanti. L’arte come relazione tra un vivente e i morti.
Non manca il decisivo j’accuse che sferza la miserabile condizione umana di un mondo in cui tutto è permesso, perché impunito, anche l’omicidio per sbruffoneria. Quello della Thüngen è un monumento leggero come una preghiera nepalese, donato al Centro di Cavalese che le dedica una personale, a cura di Orietta Berlanda.
Il concetto e la realtà dello stato nazione gioca una parte sommessa ma importante nelle opere dell’artista tedesca che vive a Roma. Nel suo monumento le colonnine di vetro sono chiuse all’estremità da tappi che riproducono le bandiere delle nazioni di appartenenza delle vittime e sul muro dell’indignazione e del pianto le differenti lingue europee si intrecciano senza soluzione di continuità. Nella serie fotografica dedicata a una rilettura attualizzante del mito d’Europa, l’artista ha invece chiesto a sette donne di sette paesi europei di farsi fotografare la parte “migliore” e la parte “peggiore” del corpo (in simbiosi con il corpo dello stato, il popolo?). Le foto sono poi montate su fondali che riprendono piccoli e concitati, fluenti e caotici, giochi d’acqua. Le composizioni surrealiste tendono così verso espressioni astratte e vorticose.
Gli assemblaggi biomorfi di parti di corpo proseguono in un’altra serie di lightbox. Mentre le sculture di canapa dedicate a Lilith. Questa figura mitologica che appare agli albori dei tempi in civiltà diverse – come quella persiana, ebraica e greca – è capace di trasformare i suoi connotati ed è considerata così simbolo misterioso ed emblematico del rapporto antico tra femminilità e mascolinità.
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