Nell’affrontare personaggi del calibro di Joan Miró (1893-1983), per non rischiare abbagli, è meglio mettere fin da subito dei paletti, dei punti fissi. Per Miró, come per molti altrettanto noti artisti, non si può prescindere ad esempio dall’individuazione di un’ ‘età aurea’, da collocarsi in questo caso all’incirca tra il 1924 –anno del manifesto del Surrealismo di Andrè Breton– e l’inizio del secondo conflitto mondiale. Le opere successive agli anni Quaranta -e dunque tutte quelle in mostra- poco aggiungono all’evolversi stilistico dell’artista, riproponendo, magari su materiali diversi quali arazzi, pitture murali, sculture e perfino ambienti, la sua particolarissima declinazione del Surrealismo. Una normalizzazione del linguaggio espressivo che però nulla toglie alla qualità delle opere e all’efficacia espressiva di questo grande artista.
Miró, dopo una formazione tra fauvismo, cubismo e dadaismo, aderisce al gruppo surrealista fin dal 1924, tramite l’amico Masson. Sbarazzatosi presto da quella volontà rappresentativa che ritroviamo nel trio Dalì–Delvaux–Magritte, Joan Miró approda a un personalissimo astrattismo lirico denso di forme primarie ed embrioniche. Un microcosmo in ebollizione, fibrillante di vita, che rimanda per molti aspetti all’astrazione altrettanto lirica di Kandinsky.
Il suo biomorfismo, assai più dinamico e leggero di quello accentuatamente plastico di Arp, è perfettamente leggibile anche nelle opere della fondazione dedicata a Aimé Maeght, amico e al contempo mercante di Miró; come ricordato, pur essendo tarde -eseguite nello specifico tra 1960 e 1977, quando l’artista aveva già riscosso un successo internazionale- questi lavori non si differenziano di molto da quelli eseguiti nei suoi anni di grazia. Prendiamo ad esempio l’opera che cronologicamente apre il percorso, Intorno a una macchia
In parte diverso è il discorso per la sessantina di sculture in bronzo in mostra. Nelle tre dimensioni Miró mantiene infatti un certo figurativismo teso tra poetica dell’oggetto e rimandi all’arte negra, pur se quasi sempre mediato in una sorta di collage semiotico da elementi informi. E’ questo il caso di Personaggio e uccello del 1967, ove una grottesca maschera poggia s’un piede dalle fattezze classiche. In molti altri casi la realtà è reinventata assemblando esclusivamente raffigurazioni di oggetti reali: lattine, cucchiai, forconi, sgabelli, perfino carretti e scarpe. Raramente, ma significativamente, il monocromatismo delle sue sculture viene interrotto da opere dalla cromia a dir poco esplosiva: è questo il caso di opere comeTesta e uccello del 1967.
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