A Elke Krystufek è affidata la lussuria, peccato originario secondo la Genesi. Tele incardinate formano un separé circolare, sul quale ha dipinto il proprio corpo nudo, intercalando iscrizioni in 16 lingue. Il risultato è un cortocircuito fra universale e particolare, per comunicare l’esigenza di affiancare al superamento dei tabù sessuali la critica del mercato dell’erotismo. Lungo il corridoio, il Sentiero della superbia (2004) di Jota Castro cita la Hollywood boulevard, le cui stelle portano il nome di Mao e Einstein, Freud e Arafat, in una sequenza che definire discutibile è ancora poco.
Sislej Xhafa riflette sull’invidia religiosa con l’installazione Submissive Submission Still Life (2004): un flusso di catenelle dorate trafiggono e arcuano un materasso, formando una croce, sul lato opposto, rilucono lacrime in vetro e cristallo, a significare le conseguenze d’una invidia fondamentalista che se da un lato pare illuminare, dall’altro crea dolore e morte.
Sono in evidente contrasto i due vizi di cui si occupano la coppia Markus Muntean / Adi Rosenblum e Tracey Emin. I primi presentano due tele e un video nel quale l’accidia è analizzata nella sua declinazione giovanile. La seconda si interessa dell’ira. Una serie di lavori risalenti agli ultimi anni colpiscono per l’allestimento serrato: dalla xilografia It just happens (2001) al dittico What are you afraid of (2001), passando per Threr is no Christmas Tree (2003), acrilico che omaggia L’urlo di Munch.
Nella mostra bolzanina, l’acrilico è affiancato da un poster del capolavoro munchiano e da una polaroid di un uomo che indossa una maschera antigas della II guerra mondiale; la stessa maschera è poggiata su una sedia in legno e ferro sul pavimento della sala. Nel secondo spazio, prosegue il devastante omaggio col video Homage to Edvard Munch and all My Dead Children (1998). L’immagine si sofferma sull’artista, nuda e raccolta in posizione fetale su un molo in legno del porto di Oslo, spostandosi poi sui riflessi che il sole al tramonto disegna sull’acqua calma. Il paesaggio sublime e sospeso si infrange terribilmente quando al luccichìo si sovrappone l’urlo disperato e straziante di Emin, che si protrae per circa un minuto.
Il medium del video, insieme a quello dell’installazione, è scelto anche da Hilla Lulu Lin per parlare di gola. La camera fissa segue la bocca dell’artista, che sbocconcella dieci peperoncini fissati sulle dita, alludendo al rapporto fra cibo, erotismo e anoressia/bulimia. L’installazione indaga il nesso vita-morte, ponendo su un lettino per neonati gusci d’uovo che contengono sale grosso, illuminati dall’interno. Il percorso espostivo è chiuso da Santiago Serra, che usa il concetto di avarizia per presentare una delle azioni che abitualmente fa compiere dietro compenso a emarginati, tossicodipendenti o indigenti. Per 20 dollari ha chiesto a dieci giovani cubani di masturbarsi di fronte a una telecamera. Un video in bianco e nero francamente disturbante, realizza perfettamente l’obiettivo prefissatosi dall’artista. Che nulla concede all’estetica dell’impegno politico per mostrare i vizi del capitalismo.
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