Su un piatto più che d’argento dorato si è aperta la nuova mostra evento del Mart, ambiziosa a sufficienza per raggiungere e superare il successo riscontrato lo scorso anno con gli impressionisti della Phillips Collection. Il baricentro si è spostato però dalla Francia all’Austria, ma il linguaggio dell’emozione è del resto universale.
Ed eccola, quasi in apertura del percorso, l’opera che vale da sé il viaggio: la Giuditta I di Gustav Klimt, terribile e angelica, sensuale e mortale. Un opera incantata, che racchiude nel suo mistero l’inquietudine e l’eleganza di un epoca, la Belle Epoque, inesorabilmente prossima all’abbandono del suo contraddittorio sorriso. Poco più in là, d’una luce tutta bizantina, un enorme affresco su tavola nuovamente di Klimt, vibrante e smaterializzato, forte di un etereo gusto decorativo sconfinante con la sensualità, più esplicita ed esibita in un altro dei capolavori esposti, Adamo ed Eva (1817-1918). Il decorativismo intriso di luce di Klimt, che trova forse origine nel lavoro di orafo e cesellatore del padre, non si smentisce del resto nemmeno quando l’artista tratta soggetti puramente naturalistici, come nel Giardino di girasoli, di un rigoglio quasi tropicale privato di ogni spazialità. Attorno alla figura di Klimt il percorso offre poi rapidi squarci sugli altri protagonisti della Secessione viennese; tra i tanti ricordiamo Koloman Moser, documentato con un ritratto femminile del 1910.
Alter ego del sogno di Klimt è l’incubo di Egon Schiele, psicologicamente dirompente, di una violenza trattenuta, prossima a una drammatica epifania. I suoi ritratti, quasi incollati su fondi neutri, emergono dalla superficie con piccole-atroci distorsioni, anticipando di decenni figure come Francis Bacon e Arnulf Rainer. L’irosa e i ritratti di Arthur Roessler, Eduard Kosmack e del giovane Herbert Rainer sono opere che vanno in questa direzione e che si alternano nel percorso ad altri lavori apparentemente più pacati, come un paesaggio del 1908 o il Ritratto del Dr. Hugo Koeller, la cui erudizione è
Alla mostra spetta infine anche il merito di aver dato il giusto spazio ad un’espressione artistica fondamentale in quegli anni, la grafica. Sebbene non sia esposta nessuna rivista –ricordiamo per lo meno Ver Sacrum, alla quale Klimt collaborò fin dal primo numero – il percorso ospita numerosi manifesti della Secessione, un ricco gruppo di cartoline realizzate dalla celebre Wiener Werkstätte e infine uno dei più noti libri d’artista dedicati all’infanzia, I fanciulli sognanti, di Kokoschka.
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