Fin dai tempi in cui, assieme a Patti Smith, bazzicava attorno alla Factory di Andy Warhol, Robert Mapplethorpe (1946-1989) aveva ben chiaro le potenzialità del mezzo fotografico, tant’è che lo sperimentò nelle maniere più disparate, Polaroid compresa. Fu però solo e soprattutto negli anni Ottanta, ai tempi delle prime collaborazioni con Vogue, che il geniale fotografo definì al meglio il suo stile con cui è universalmente noto e del quale questa significativa mostra meranese sottolinea al contempo la bellezza classica, l’erotismo e la poeticità .
Tra i suoi lavori, tutti in bianco e nero e per lo più eseguiti in studio su fondo neutro, a colpire sono soprattutto i nudi. Nudi maschili, statuari, di persone di colore (perché meglio risaltano la plasticità delle loro forme): corpi erotici e allo stesso tempo classici, d’una bellezza greca, colti in frammenti –un profilo di testa, un capezzolo, perfino membri maschili- o nel loro intero splendore. Statutari, abbiamo detto, anche quando colti in un’apparente tensione, in un apparente movimento. Si guardi a tal proposito Thomas 1739: la sua figura è perfettamente racchiusa nella forma magica del cerchio, una simbiosi di corpo e spazio tanto perfetta da sembrare un’iniziale istoriata d’età carolingia, o l’Uomo Vitruviano.
Bellezza che è al contempo erotismo, ricerca di perfezione formale, potenza latente, inespressa. Il tema a suo modo equilibrato da un sottile velo di distacco che separa lo sguardo del fotografo da queste plasticità d’ebano. Bne palpabile, guardando questi scatti, la distanza che ci divide dagli anni Settanta, quando le mostre di Mapplethorpe venivano chiuse perché il materiale esposto veniva giudicato addirittura pornografico; una distanza che più del tempo separa la ricerca di bellezza dalla volgarità esibita, il corpo come luogo di ricerca formale dalla nudità come sorriso per vendere lavatrici, saponi, salami.
Paradossalmente più erotiche appaiono a un primo sguardo alcune nature morte, specie nelle numerose Orchidee. Caratterizzati da forme sensuali, eternizzati nel rigoglio della loro bellezza e della loro linfaticità , questi fiori sono nature còlte, più che morte.
Poi, a ben guardare, si percepisce la loro inorganicità , la loro eleganza certo sensuale ma che riconduce nuovamente alla forma, che racchiude la bellezza in un’eternità , in uno sguardo profondo e per certi versi assoluto, classico, apollineo. Anche in questi fiori, carnosi ma spesso accompagnati da elementi filiformi, torna la perfezione del cerchio, la cornice che al contempo racchiude e separa. Piccoli sipari in cui spesso queste perfezioni si sdoppiano con la loro stessa ombra, che mai disturba, ma è funzionale all’equilibrio, all’armonia, alla naturalezza della posa. Che accomuna, naturalmente, la bellezza dell’uomo con quella della natura.
duccio dogheria
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articolo molto esaustivo e ben scritto per artista che ha saputo rappresentare il mondo dell'eros colto..della sensualitĂ raffinata..
roberto
Non so cosa ci sia da scandalizzarsi su immagini dal gusto raffinato...Non è erotismo spicciolo, quest è arte:)