Questa esposizione veronese invece sembra nascere con un progetto tanto semplice quanto rigoroso e criticamente corretto: mettere insieme, anzi mescolare, le opere di tre artisti di L.A che hanno finito per incontrarsi, percorrendo binari stilistici diversi, nel luogo di un unico denominatore. Maxwell Hendler (n. 1938), Craig Kauffman (n. 1932) e Salomon Huerta (n. 1965) appartengono a due generazioni differenti; la loro poetica non nega in alcun modo la diversa genesi, e tuttavia i tre sembrano puntare al medesimo bersaglio: quello dell’ annullamento dell’artista nella propria arte, quasi un riscatto dell’opera d’arte nel segno di un ribaltamento del concettualismo degli anni ’60, ma anche di un recupero dei principi della perfezione stilistica classica e rinascimentale di ispirazione aristotelica, ma in chiave simbolica. Come interpretare altrimenti la volontà di cancellare ogni traccia del gesto umano dalle opere, a definire immagini virginali che manifestano una loro individuale e somma sacralità?
Hendler percorre la via monocroma, lucidando su superfici rettangolari uno strato opaco di resina colata; la tecnica della levigazione reiterata con fogli di carta vetrata a grana sempre più sottile lo assomigliano allo
scultore Wildt, anche se il risultato è paragonabile solo nella delicatezza e opalescenza delle superfici, non certamente nella contorsione delle linee.
Gli spazi diafani esaltano le raffinate scelte cromatiche a creare morbidi specchi gassosi, inerti alla luce naturale, che attirano irresistibilmente lo sguardo dello spettatore, rapito dal progressivo dilatarsi della forma e dalla motile materia cromatica. Vien voglia di attraversare quella soglia.
Salomon Huerta è il più giovane dei tre: la sua è una pittura figurativa, sono ritratti di persone viste alle spalle realizzati ad olio con colori eccessivamente diluiti; mutuando la puntuale osservazione del catalogo di corredo alla mostra, diremo che l’iniziale supremazia dell’osservatore rispetto all’immagine di questi corpi o volti anonimi, lascia presto luogo ad un improvviso senso di timore: è il sorgere della coscienza di essere lui
stesso immagine, volto e corpo sconosciuto rivolto al muro, le spalle al mondo circostante, esposto agli sguardi di altri uomini.
La mostra in somma è suggestiva, un ottimo biglietto da visita per la partecipazione della galleria alla prossima fiera di Basilea.
I testi del breve catalogo sono di David Pagel, la cui prosa si segnala per la sintesi chiara e il ritmo serrato con lampi di genialità critica.
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