Uomo dalla barba bianca fluente, di grande fascino, con quella favella da artista militante, contro il sistema, il mercato, i critici, le false sperimentazioni recenti. “A che mi serve aprire uno studio dove non viene nessuno? Meglio aprire una galleria dove gira gente, si discute, e dove, di quando in quando, posso esporre anche le mie opere”; è questa l’idea di Osvaldo, e con questo spirito ha inaugurato l’ esposizione di una selezione di recenti opere grafiche dello storico artista Gianfranco Ferroni. Nato a Livorno nel 1927, Ferroni seguì le correnti astrattiste, per abbandonarle poi, negli anni ’50, aderendo al gruppo dei “Realisti esistenziali” con Ceretti, Romagnoli, Vaglieri, Guerreschi e Banchieri. Ha partecipato alle più importanti manifestazioni italiane e straniere, tra cui la Biennale (1950, 1958, 1964, 1968, 1982), la Quadriennale di Roma (1959, 1972, 1999), la Biennale del Mediterraneo (1959), la Biennale di Tokio (1964), il Salon de la Jeune Peinture di Parigi (1966).
sbalestramento temporale: ad un tratto si è colti dalla consapevolezza di essere entrati in una dimensione dove il ritmo vitale non è più scandito dalle frenetiche attività cui ci costringe la società contemporanea.
Il tempo pare quasi rallentato, finalmente possiamo fermarci ad osservare le cose, assimilandone la loro natura più profonda. E sono oggetti di uso quotidiano, eppure caricati di significato allegorico, simbolico, sacralizzati, appunto. Prassi metafisica quella di Ferroni, certo, vicina alla sensibilità e alla perfezione morandiana, eppure diversa rispetto a quella se non altro per la trattazione dello spazio che circonda le figure.
Vengono in mente le teorie leonardesche sulla composizione dell’aria, materia che si frappone tra l’osservatore e le cose osservate, fino a far calare sui paesaggi più lontani un velo trasparente di colore azzurrognolo.
In Ferroni si avverte la stessa attenzione per l’atmosfera, addirittura per la polvere che galleggia intorno alle cose, quella polvere che da piccoli ci
incantava davanti alla lama di luce estiva che entrava da una finestra socchiusa. Ed ecco che gli oggetti di Ferroni sembrano sospesi nel vuoto da besilissimi filamenti: la loro leggerezza è commisurata alla loro trasparenza. Non a caso accade questo e anzi qui sta la vera lezione di Ferroni, che ci indica come la materia universale è nel vuoto come nel pieno, e quindi v’è presenza nell’assenza.
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