Marya Kazoun si autodefinisce “moderna regina del dramma” e crea dei figli storpi e malati da proteggere. Sono figli suoi e del nostro mondo ingiusto, corrotto, frivolo, aggressivo e vanitoso. Queste creature sono, invece, deboli, ognuna con il suo handicap e la sua vergogna, ognuna col suo difetto, con la sua bruttura manifesta e non cancellabile. Sono cuciti come un insieme di tessuti e sono immobilizzati in un’installazione che sta nella prima parte della galleria, divisa tra il vero e proprio spazio espositivo e uno spazio in appartamento.
La forma più grande, oltre alla prima ad essere stata concepita, è una donna che sta partorendo un bambino. Esso nasce già mutilato, con una parte del corpo staccata. Un altro personaggio è voltato verso l’angolo, ricurvo per la vergogna di avere troppi peli sul corpo. Un terzo è così grasso che il tessuto/pelle è squarciato ed è così sottile che si vedono le vene che stanno al di sotto. Una donna ha la vagina cucita e un ragazzo cerca di rimediare alla sua pelle completamente rovinata e bruciacchiata indossando qualche monile. Sulle loro fattezze bisogna aggiungere che, anche se finora se n’è parlato come se fossero umani, essi non hanno nessun punto di contatto con la nostra anatomia; se non conoscessimo le intenzioni dell’artista potremmo scambiarli per tessuti cuciti casualmente, senza l’ambizione di richiamare a qualche forma precisa.
Del resto la giovane artista si ritrae non molto diversamente. Nell’appartamento, dove si trova la seconda parte della mostra, è esposta un’enorme installazione in tessuto nero, dalle vaghe forme più d’insetto che di umano, rappresentante l’interiore sofferenza dell’artista verso le sue creature, stavolta costruite in vetro soffiato e specchiato per simboleggiare meglio la loro fragilità e purezza. Essere ingenui, sinceri, onesti e puri, oggi vuol dire essere ammalati, essere impreparati alla vita e quindi destinati a soccombere.
Per questo nella performance -che si è svolta durante il vernissage della mostra- Kazoun ha ricamato un mondo di fili neri, simile a una tela di ragno, dalle dimensioni e forme di un grande scudo, dietro cui riparare se stessa e i propri figli. Per difendersi dall’ingannevolezza del mondo e della nostra società, che si è trasformata in una “cultura degli applausi”, in cui le voci più sottili vengono inevitabilmente soffocate.
carolina lio
mostra visitata il 14 dicembre 2004
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