503 Mulino non è una galleria e nemmeno un’istituzione. È uno spazio espositivo nato dalla passione di un imprenditore del nord est, in cui periodicamente e indisciplinatamente si materializzano mostre ed eventi d’arte. Uno dei pochissimi luoghi dedicati al contemporaneo, a Vicenza.
Nell’ambito della IX Biennale di Architettura di Venezia, il Mulino mette in scena la prima personale italiana del designer israeliano Ron Arad (Tel Aviv, Israele, 1951), curata da Postmedia e dall’arch. Silvia Danese. La mostra vuole mettere in evidenza il proficuo rapporto di Arad con le più importanti aziende italiane come Alessi, Bonaldo, Cappellini, Cassina, Driade, Fiam Italia, Guzzini, Kartell, Magis, Moroso, che -credendo nella sua idea di design poco convenzionale- hanno realizzato prodotti consacrati nel tempo come grandi successi commerciali.
Il percorso creativo del designer, londinese di formazione e per residenza, insiste sull’uso insolito di materiali riciclati e sulla sperimentazione con acciaio e plastica. Il passaggio fondamentale della sua carriera ormai ventennale, esordita con lo studio inglese One Off, è stato il superamento della progettazione artigianale a favore di quella digitale per produrre oggetti con intento “artistico”. Così le sue esposizioni personali, tra le altre, al Tel Aviv Museum of Art (1990), al Victoria and Albert Museum di Londra (2000), al Centre Georges Pompidou (1987), al Grand Palais (1993) e alla Fondation Cartier (1994) di Parigi, persino alla sezione design della Documenta 8 di Kassel (1987) e le apparizioni al Salone del Mobile e alla Triennale di Milano vanno lette come l’ascesa irresistibile del creativo verso il glamour internazionale.
L’esposizione inizia simbolicamente con la Rover Chair del 1981, un’icona della sua prima produzione, battuto alle aste di design a Londra e New York: si tratta di un sedile reclinabile dell’auto Rover 2000 assemblato con un sistema brevettato di impalcature utilizzato nei cantieri. Un oggetto tra riuso e ready made, quasi un omaggio divertito all’arte di Marcel Duchamp e alle realizzazioni di Jean Prouvé.
Si prosegue con i pezzi più famosi realizzati dalle aziende italiane, affiancati ad altri meno conosciuti, a progetti mai realizzati, a prototipi e ad alcune anteprime che saranno distribuite nel 2005. Un allestimento immediato e nitido, a tratti didattico -con l’unico rischio di trasformare le stanze archeoindustriali dell’edificio in un accattivante pseudo showroom- guida il visitatore dalla poltrona Big Easy (1988) con i grandi braccioli ricurvi, alla famosissima libreria in plastica traslucida Bookworm di Kartell, da Empty Chair (1994) di Driade in compensato e acciaio alla collezione B.O.O.P. per Alessi. E al bel documentario di Caroline Thorman il compito di raccontare tutto, ma proprio tutto del Ron Arad – pensiero.
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