Doppio sguardo è infatti una serie di scatti fotografici installati con una videoproiezione; il soggetto è il medesimo, la passeggiata della Calle Florida, affollata arteria pedonale di Buenos Aires nella quale si mescolano lusso e degrado, cazzeggio e impegno politico, shopping e povertà. In realtà sono pochi gli indizi che identificano il luogo e anzi, in un tempo di grande mobilitazione collettiva, questa Bueons Aires potrebbe essere scambiata con Colonia o Tokio o con qualunque metropoli contemporanea che abbia perso una sua identità e si sia trasformata in un non luogo del presente. Video e foto sono stati realizzati contemporaneamente ed è perciò che appare improprio dire che l’uno sia il filmato delle altre; in realtà si percepiscono due diversi punti di vista che, insieme, restituiscono un tutto tondo composito, armonico e di sicuro effetto.
Gea Casolaro la si riconosce dai colori di spiccata matrice pittorica, dalla scansione dei piani, dalla grana delle stampe, dalla presenza di gente perennemente in cammino, un’estetica del transito che la caratterizza come un marchio. Dal punto di vista estetico, il progetto non fa un piega: è duro, senza sbavature e ben orchestrato.
Ma Casolaro non è mai stata solo documento, si è conquistata una propria originalità concettuale scovando nell’elemento reale inedite corrispondenze e citazioni, anomalie e sorprendenti derive interpretative: in Ricordando Velazquez… l’artista ritrovava nella banalità quotidiana la dimensione eroica dell’immaginario pittorico dei classici, in Real/fiction la stessa trivia quotidianità diventava un set da soap opera di rara ironia. E questo ingrediente pare mancare all’attuale progetto, perché la doppia ottica è argomento un po’ deboluccio a giustificare forse l’impossibilità di aggiungere qualcosa d’altro ad uno scenario refrattario.
Gea Casolaro, al di là di graduatorie e classifiche, resta artista originale del nostro panorama artistico ed è perciò che non vorremmo vederla incasellarsi nel novero degli artisti cronachistici o documentari, non perché non sia una strada legittima della contemporaneità, quanto piuttosto perché Gea è sempre stata qualcosa d’altro. E spesso qualcosa di più.
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