Un lavoro minuzioso? Da monaco certosino che può disporre di tempo, volontà, pazienza. O forse un rito di catarsi, effettuato attraverso l’ordinamento del mondo e degli elementi della natura? È difficile immaginare le sensazioni che deve provare Jacob Hashimoto (Greely, Usa, 1973) durante la realizzazione dei suoi lavori, in verità tanto vicini alle pratiche zen quanto all’arte processuale e al minimal. Probabilmente l’approccio al proprio lavoro, una reiterazione infinita degli stessi gesti, è ben condensato dal motto benedettino ora et labora, con il vantaggio che in questo caso lo stesso lavoro si fa meditazione.
L’artista (figlio di giapponesi emigrati in America) dispone sulla parete una fitta rete di fili sospesi assicurati alle estremità sui quali annoda centinaia di tessere in carta e bambù dalle più svariate forme. Ne esce un tessuto particolarissimo -disposto su vari livelli, molti dei quali visibili solo ad un osservatore laterale- che si rivela come una gabbia capace di imprigionare a lungo lo sguardo. Si susseguono tessere di carta con cerchi e poligoni regolari, come esagoni e ottagoni, alternativamente colorate o bianche, e molto spesso anch’esse con un trama geometrico-floreale. La sensazione è quella di vedere dei fiori mossi dal vento, un vento che scuote anche i fili d’erba sottostante.
Per contrappunto sono evidenziate forme o linee di forza che si sviluppano con lo stesso colore, pur appartenendo a file differenti. È il caso per esempio di Capital T in a single bound o Borderlands, dove strisce rispettivamente nere e rosa si elevano cromaticamente dallo sfondo.
Ma non sono solo gli intrecci ed i contrasti visivi a colpire. C’è la natura, evocata negli elementi come l’erba ed il cielo, e c’è la disposizione misurata del vuoto, reso grazie al bianco e alle piccole oscillazioni di colore dal bianco al perla, al panna. E c’è, soprattutto, la frizione tra visione del dettaglio e dell’opera intera, dinamica che spinge lo spettatore a muoversi spesso. I monocromi bianchi come Cathedral o Gossomer clouds (realizzati per sommatoria infinita di rombi e poligoni) posseggono invece una composta, naturale, eleganza. Sembrano quasi assumere -non paia esagerato- una funzione lenitiva nei confronti di occhi e cervelli, come i nostri, fin troppo carichi.
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daniele capra
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meraviglioso lavoro!!!
lavori incantevoli, sospesi tra il sogno e la
realtà ove il sublime è affidato alla poesia
della materia.