Una sequenza di autoritratti in b/n il cui specifico deriva da una continua e straniante sovrapposizione tra nudità del corpo umano ed elementi tratti dal mondo naturale, e in cui l’assenza di qualsiasi manipolazione o intermediazione apparente diviene potenziamento della forza espressiva, della carica emotiva e sensuale.
Gli autoritratti di Roberto Kusterle (Gorizia, 1948) sembrano, infatti, la sapiente e per nulla casuale cristallizzazione di un happening, i fotogrammi di un film in cui la componente definita, iperrealista dell’immagine si scontra con il senso di un’esperienza fisica ed interiore di cui rimane traccia nel titolo, parte integrante dell’opera e richiamo etico – estetico come nella poetica dadaista.
Centrale appare in Kusterle il tema della visione. Essa viene negata in Difesa dalla luce, straordinaria immagine in cui l’artista si copre gli occhi con i pugni, mentre spine di
I ritratti femminili a colori in netta antitesi assumono l’aspetto di installazioni, abbandonando la matrice “mediterranea” degli autoritratti per avvicinarsi alla grande tradizione pittorica del ritratto muliebre, dalle Flore cinquecentesche alle figure di Mucha. Ma, sotto la “pelle” dell’immagine, Kusterle introduce a sorpresa dei fiori veri, raggiungendo esiti di grande suggestione ed espressività nella grande installazione Senza titolo , in cui il corpo nudo e glabro della donna, tra le foglie autunnali che la ricoprono di strati virtuali- quelli della foto- e reali- quelli dell’installazione-, sembra alludere ad una potente e contemporanea ierofanìa, all’inaspettata visione di una ninfa addormentata o di un moderno replicante.
La mitologia, infatti, appare una delle fonti d’ispirazione principali dell’artista goriziano. Nuovo Ulisse e contemporaneo Arcimboldi, come Borges o Bosch, creatore di zoologie fantastiche e di mondi trasversali, in Kusterle il rapporto con l’elemento naturale non diventa mai piacentoso e progressivo annullamento dello specifico umano nel ciclico flusso delle stagioni, ma inedita e sovversiva fusione di brandelli e di simboli, creazione di moderni semidei o, forse, terribile presagio di future e aberranti mutazioni transgeniche.
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elena franzoia
mostra visitata il 28 marzo 2003
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