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fino al 22.V.2005 | Giuseppe Spagnulo – E se venisse un soffio di vento? | Venezia, Fondazione Peggy Guggenheim

di - 28 Aprile 2005

Una piccola cappella profana accoglie i visitatori con una croce in carbone, ossido di ferro e sabbia vulcanica, sosta e passaggio per entrare nel mondo di Giuseppe Spagnulo (Grottaglie, 1936). Artista nato in Puglia da una famiglia di artigiani ceramisti -che gli ha trasmesso insieme all’amore per la materia, la visione eroica del fare- si considera “nato” scultore, avendo respirato sin da piccolo l’atmosfera della fucina creativa. La mostra è stata possibile grazie alla collaborazione tra il gallerista Bruno Grossetti e la Fondazione Guggenheim, un modo nuovo e stimolante di sostenere gli artisti al di fuori degli spazi privati.
Il luogo del lavoro di Spagnulo è la fabbrica, i suoi materiali sono il ferro e la terra che, agìti per mezzo del fuoco, prendono nuova vita. L’esposizione, curata da Luca Massimo Barbero autore dei saggi in catalogo, mette in relazione Colonne, scultura che lo scorso anno è entrata a far parte della collezione Peggy Guggenheim, con lavori su carta nati come omaggio alla poesia ardente di Dino Campana. Sono imponenti e poderose le carte messe una sull’altra -come i giorni dell’esistere- a parete, da sfogliare e leggere nel rosso “pazzesco” di Spire fuggenti e Le ali di fuoco. Nella scrittura di sabbie vulcaniche, ossido di ferro e carbone, nei tagli sinuosi e negli strappi vividi della mano sulla carta umida (Spagnulo non usa mai il pennello), nel contrasto assoluto di bianco e nero da dove emerge, sottile e non immediatamente percepibile, il contorno di un volto. E’ infinita la mia desolazione grida lo scultore insieme al poeta e concepisce in sintonia con il sentire di Campana un Panorama scheletrico del mondo. L’avvicinarsi all’autore dei Canti Orfici è soprattutto affinità nel pensare il dramma eterno dell’esistere, che unisce l’arte di oggi a quella delle origini della nostra civiltà: “Non c’è niente di più folle della Tragedia classica e nello stesso tempo della sua poesia”. E’ il fuoco spento- “il segno lasciato dal gigante di fuoco che deposita questo materiale nero, fatto di cristalli”– che vive nella sabbia vulcanica, pelle porosa delle opere di Spagnulo su cui si riflette la luce. Forza incandescente metaforicamente contenuta nei fogli del libro di acciaio “spaginabile”, davanti al quale l’artista ribadisce il suo rispetto per la materia, alla quale non s’addice l’aggettivo inerte in quanto preserva la propria energia insieme a quella del gesto forgiante, potenze che mai vanno perdute. Il peso non conta, le sue due Colonne segnano una zona del giardino, colossali e verticalmente proiettate verso spazi altri; pesano venti tonnellate, sono leggermente inclinate una verso l’altra, lasciano tra loro un vuoto in vibrazione che offre spazio ad ipotetiche suggestioni. E se venisse un alito di vento? Potrebbe avvenire, travolgente, un abbraccio tra le due? Sarebbe poi così irreale?

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Giuseppe Spagnulo – E se venisse un soffio di vento? – A cura di Luca Massimo Barbero – Venezia Fondazione Peggy Guggenheim, Palazzo Venier dei Leoni, Dorsoduro 701 – tel +39 0412405411 – e/mail info@guggenheim-venice.it; sito web www.guggenheim-venice.it – orario: tutti i giorni 10-18; chiuso il martedì – biglietto: euro 10; euro 8 senior oltre i 65; euro 5 studenti; gratuito 0-12 anni

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