Una piccola cappella profana accoglie i visitatori con una croce in carbone, ossido di ferro e sabbia vulcanica, sosta e passaggio per entrare nel mondo di Giuseppe Spagnulo (Grottaglie, 1936). Artista nato in Puglia da una famiglia di artigiani ceramisti -che gli ha trasmesso insieme all’amore per la materia, la visione eroica del fare- si considera “nato” scultore, avendo respirato sin da piccolo l’atmosfera della fucina creativa. La mostra è stata possibile grazie alla collaborazione tra il gallerista Bruno Grossetti e la Fondazione Guggenheim, un modo nuovo e stimolante di sostenere gli artisti al di fuori degli spazi privati.
Il luogo del lavoro di Spagnulo è la fabbrica, i suoi materiali sono il ferro e la terra che, agìti per mezzo del fuoco, prendono nuova vita. L’esposizione, curata da Luca Massimo Barbero autore dei saggi in catalogo, mette in relazione Colonne, scultura che lo scorso anno è entrata a far parte della collezione Peggy Guggenheim, con lavori su carta nati come omaggio alla poesia ardente di Dino Campana. Sono imponenti e poderose le carte messe una sull’altra -come i giorni dell’esistere- a parete, da sfogliare e leggere nel rosso “pazzesco” di Spire fuggenti e Le ali di fuoco. Nella scrittura di sabbie vulcaniche, ossido di ferro e carbone, nei tagli sinuosi e negli strappi vividi della mano sulla carta umida (Spagnulo non usa mai il pennello), nel contrasto assoluto di bianco e nero da dove emerge,
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