La galleria il Capricorno è un caso anomalo in Italia: diretta in modo esemplare da Bruna Aickelin, si giova di un’importante rete di contatti che le consentono di ospitare in Italia i nomi più trendy del panorama internazionale. Una posizione privilegiata e dichiarata che spesso viene un po’ snobbata dalla stampa e dal pubblico, non certo da collezionisti e addetti ai lavori che guardano con attenzione e senza troppi clamori a quel che passa lì dentro.
Stavolta è il turno di David Korty, classe ’71, pittore che si sta affermando velocemente ritraendo i paesaggi dei dintorni di Los Angeles con una tecnica originale che si regge su un equilibrio delicato tra tradizione e innovazione, tra figurativo e
Il segreto sta in una progressiva stratificazione, che parte da tavole di recupero, tenute insieme da uno spesso strato preparatorio a sua volta supporto per una pittura che mescola acrilici, pastelli e matite, sgocciolature. A definire lentamente un’immagine in cui il segno, fitto o rarefatto, decisamente inferto o leggermente accennato, è protagonista assoluto. Una tecnica certamente fascinosa ed evocativa, che riesce a cogliere aspetti contraddittori del paesaggio californiano, dalle scene naturali, di prati e parchi urbani editati in forme quasi simboliste, alle discariche abusive, strade notturne e interni metropolitani.
La sua ricerca ha fatto pensare a Turner o Seurat, ma lo sappiamo segreto ammiratore di Peter Doig, del quale condivide certe atmosfere sature, oniriche, che
Resta solo da dire che trattasi di pittura da vedere dal vivo, per non perdere le delicate sfumature e i mille segni quasi impercettibili, le stratificazioni che dànno l’impressione di un’opera viva, colta nel suo coagularsi, che sembra disfarsi e frammentarsi a mano a mano che si procede verso di essa.
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