Fondato ufficialmente a Wiesbaden nel 1962, il movimento Fluxus, eterogeneo e planetario, si caratterizza fin dai suoi inizi da una sperimentazione eccezionale e indefessa. In questo contesto, anche il più piccolo e banale oggetto quotidiano può assumere precise valenze artistiche. Tra gli esponenti troviamo l’americano Ben Patterson (Pittsburgh, 1934), conosciuto in Italia anche grazie ad alcune partecipazioni importanti, tra le quali quella a Genova in occasione della Città della Cultura nel 2004. Negli spazi della Galleria Fioretto, Patterson espone venti opere create appositamente per la mostra.
Artista geniale ed ironico, rappresenta la realtà in modo dissacrante e divertente. Il filo conduttore che lega le opere esposte è proprio l’ironia: un’ironia sottile ed elegante che favorisce la sdrammatizzazione dei problemi della vita di tutti i giorni. Una serie di disegni e collages mescolati ad oggetti di uso quotidiano, tra i quali pennelli da barba, grattugie e pile -tanto per citare i più curiosi- raffiguranti racconti-suggerimenti per una vita migliore.
Ad esempio, a chi intraprende un viaggio, Patterson consiglia di lasciare a casa il cellulare. In sostituzione di una comune trappola per catturare le talpe in giardino, viene proposta, in alternativa, l’opera di Sandokan in persona, armato fino ai denti.
Patterson sembra tuttavia preoccuparsi anche di problemi più “seri”, creando un siero della giovinezza: uno strano strumento dalle fattezze femminili che, se iniettato nel corpo umano, dona la sospirata freschezza anagrafica.
Interessante e curiosa anche la sua interpretazione grafica del sistema nervoso, dal significativo titolo Personal Computer Upgrade. Una composizione di oggetti quanto mai significativi e particolari: il processore, il turbo acceleratore, la memoria rimovibile (rappresentata da un bidone della spazzatura), lo scanner e il modem. Opera rappresentativa quest’ultima della relazione, ravvisata da molta critica, tra gli artisti fluxus e il mondo dell’elettronica e dei computer, diffusosi molti anni dopo.
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anna defrancesco
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