Per la seconda volta in breve lasso di tempo Arcangelo Sassolino (1967) si presenta nello spazio veronese in modo convincente. La prima fu in occasione di Zilch, collettiva minimal style curata da Alberto Zanchetta, durante la quale l’artista aveva disegnato sulla parete di fondo la gigantesca forma di uno schermo, letteralmente scavandone la silhouette nel muro e riempiendo la cavità con malta di cemento, lasciata a vista. Un lavoro semplice, faticoso ma anche secco e duro, di quelli che piacciono all’artista veneto.
Di Sassolino si ricordano i divisori di cemento montati perpendicolarmente alle pareti, le bisettrici tirate negli angoli o le atre bucce semisferiche di asfalto. Materiali poveri e strumenti industriali imprestati dalla cantieristica edile sono l’alfabeto della sua poetica.
Ma certo è fin troppo evidente che l’artista dà il meglio di sé quando è lasciato libero di interferire e modificare gli assetti dello spazio architettonico, senza limitazioni.
La riprova è il nuovo progetto veronese titolato Rimozione e curato da Alessandra Pace. Non gli fosse bastata la devastazione di una parete la volta scorsa, il gallerista autolesionista Pandian accetta stavolta di farsi sradicare ben 20 metriquadri di pavimento, tagliati in forma di un quadrato, diagonalmente rispetto all’orientamento planimetrico dello spazio.
Niente effetti ottici, nessuna illusione, come documenta un video in mostra: la pesante sezione pavimentata se ne sta lì, strappata e tenuta pericolosamente sollevata da grossi cavi d’acciaio aggrappati al soffitto. Di sotto il buco, l’orma che rivela la nuda terra scura.
Rimozione è un esperimento di archeologia contemporanea, la messa in scacco degli equilibri architettonici, il tradimento della regola funzionalista e razionale dello spazio edificato, l’imprevisto o l’ostacolo, ottico e fisico, che si frappone alla deambulazione, che costringe all’aggiramento e all’incedere in fila indiana lungo le pareti.
A fronte di un intervento assolutamente minimale gli esiti appaiono piuttosto vicini alle ardite soluzioni barocche, alle suggestioni di uno spazio dinamico e instabile, che si moltiplica e si segmenta. Ad una certa frangia di puristi, questo progetto che contiene nuovi ingredienti per Sassolino quali l’ironia, il senso di destabilizzazione e straniamento, potrebbe apparire un modo un po’ furbetto di ammiccare ad un immaginario condiviso piuttosto trendy.
Al contrario è la maturità dell’artista ad emergere, mostra da un lato potenzialità, e non è poco, nel campo di progetti monumentali e public art, anche al di fuori dello spazio chiuso; dall’altro si mette in competizione decisa, nella ricerca sullo spazio architettonico, sui registri di artisti come Massimo Bartolini, Monika Sosnowska e chissà, magari anche Gregor Schneider, superando modelli originari minimalisti come Richard Serra, Donald Judd, Lo Savio.
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