Non c’è traccia umana nelle foto scattate a New Orleans da Robert Polidori (Montreal, 1951) nei mesi successivi all’uragano Katrina. La presenza non è nemmeno latente né accennata. Devastati e mescolati casualmente -quasi qualcuno avesse voluto ingannare e indurre in confusione gli osservatori- oggetti comuni, suppellettili, mobili, indumenti. La televisione è sul pavimento, il frigorifero è rovesciato, i quadri sono stati strappati dalle pareti, lo scuolabus si è schiantato contro una chiatta di ferro arrugginita. I muri, resi grigi dall’acqua che tutto ha deglutito e risputato, mostrano mille ferite coperte di muffa e salsedine. E sembra quasi continuare la riflessione sui Disastri della guerra, sulla drammatica esperienza della morte, della distruzione, del dolore. Ma non è così, non c’è stata alcuna guerra, nessuna volontà di ferire o di seminare rovina, non ci sono colpe o apparenti responsabilità. Nessun uomo ha portato offesa ad altri uomini: Polidori ha bloccato e congelato sulla pellicola una distruzione causata da un fenomeno naturale, che apparentemente sfugge alle dinamiche di controllo umano. Come duemila anni prima era capitato a Pompei, in un istante un mondo si è fermato, uno iato ha troncato le trame di mille vite intrecciate. L’artista ha ritratto quella cesura senza partecipazione, con intento documentaristico, neutro. In questo senso si potrebbe definire il lavoro come un’analisi archeologica, mirata a rendere visibili e intelligibili i fili di quel tessuto sdrucito e lacerato dalla violenza dell’acqua. E il vuoto delle immagini riempie inevitabilmente di senso il soggetto.
Subito dopo l’uragano, tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, il fotografo canadese si è infatti recato nella città della Louisiana -in cui da giovane aveva anche abitato- con un apparecchio di grande formato e ha iniziato a scattare immagini di quei luoghi, quasi ossessivamente. Con l’occhio allenato da reporter (Polidori vanta collaborazioni con periodici diffusissimi come il New Yorker e il Newsweek) che deve cogliere i mille volti e le mille sfumature di un soggetto, o molto più probabilmente, in un contesto così estremo, attuando un inconsapevole rito catartico. Quelle foto stampate in grande dimensione (esposte l’anno scorso al Metropolitan Museum of Art di New York), in maniera allusiva ma con un’estrema pulizia formale e accuratezza tecnica, raccontano di case abbandonate, di camere da letto invase dal fango, di negozi di barbiere abbandonati di corsa con le forbici ancora in mano, così come nella precedente serie ha raccontato dei luoghi del disastro nucleare di Chernobyl, lasciati dalle persone per sempre nel giro di qualche ora. E se le immagini degli interni, come egli stesso afferma, “sono i segni di ciò che è rimasto di vite interrotte”, gli esterni “descrivono un caos che sfida l’idea razionale della ricostruzione”.
daniele capra
mostra visitata il 7 giugno 2007
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