Un cast pittorico in cui versatile protagonista è la Vita, regista un artista di Isernia, Antonio Tamburro, strumento rappresentativo una tavolozza molto ridotta (bianco, giallo, nero), ma decisa nella sua violenza cromatica. Così si potrebbe immaginare un set pronto ad immortalare immagini metaforiche di un realismo visionario che il pennello di Tamburro sa valorizzare nella sua vena più espressiva. Un set affollato da case popolari, treni, detriti, periferie abitate da giovani donne apparentemente colte nel loro aspetto più familiare, in realtà presenze allegoriche di una estraniante solitudine.
Una solitudine che sceglie di esprimersi in anonime finestre di vita, dietro le quali passano fugacemente brandelli di gioia, di speranza e di tristezza, colti nell’inarrestabile metamorfosi di una parziale felicità. Oppure una solitudine ambientata nei rumorosi bar di tutti i giorni, rifugi collettivi di amarezze individuali che l’occhio sensibile dell’artista sa cogliere nel loro aspetto più vero.
Una quotidiana verità che, dopo la recita pirandelliana di ruoli e di emozioni, distrugge consapevolmente la propria maschera, desiderosa solamente di abbandonarsi ad una silenziosa letargia che annulla ogni emozione.
Così, banali ed insignificanti riti sociali diventano pretesto per uno specchiarsi interiore che rifiuta qualsiasi contatto con l’esterno, complici di una paura atavica che immobilizza ogni sincera comunicazione, ora costretta ad esprimersi nel silenzio velato di gesti, pensieri, sguardi, immortalata da tagli di luci glaciale al neon, che sottolineano in una cornice chiaroscurale qualsiasi oggettivazione affettiva e onirica.
Attrici dimentiche del proprio pubblico, le donne dipinte da Tamburro possono sfoggiare corpi meravigliosi, perfetti nelle forme sinuose o nelle linee spigolose, assolutamente estranee alla noncuranza delle loro pose concentrate solamente sul nonsenso della propria recita.
Naturalmente, questa consapevolezza espressiva non vuole piegarsi ad una sterile malinconia pittorica senza vie d’uscita, ma al contrario si concentra con sforzo titanico su quegli aspetti fragili e minuti che riempiono di positività ogni singolo presente.
E proprio la semplicità, segretamente racchiusa in oggetti consunti ed arrugginiti, è in grado di conciliare le profonde antitesi del quotidiano, sottolineate dall’artista con scontri violenti di ombre e luci, di bianchi e neri, di segni spezzati e linee frazionate, ove le sovrapposizioni di tinte testimoniano in modo forte e diretto un inequivocabile desiderio di armonia.
Così, la mano delicata ed intima dell’artista trasforma una tela in un racconto di concrete emozioni, senza facili esibizionismi o inutili virtuosismi, che sono del tutto estranei alle creazioni liriche e schiette di Tamburro.
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