Per Kubrick la musica era un imperativo. La costruzione formale dei suoi film è strettamente legata ai suoni. E soprattutto al cinema muto. Spiego: l’osservazione consiste nel pensare alle immagini tenendo a protagonista la
musica. Come accadeva nelle sale dei primi del’900, che le immagini accompagnavano la musica dell’orchestra, così in Kubrick, che per ovvi motivi ha rinunciato all’orchestra fisica sostituendola con l’audio delle nuove tecniche cinematografiche.
La sequenza di immagini è conseguenza della melodia. Ecco che cosa crea: melodie visive. Ho fatto l’esperimento: pochi giorni fa hanno riproiettato “2001: odissea nello spazio” a Venezia, nell’arena del cinema all’aperto, su uno schermo di dimensioni maggiori rispetto a quelli abituali. Ho provato a immaginare di avere un’orchestra che suonasse realmente sotto la proiezione i walzer di Strauss. Ammetto di essere stato aiutato dal luogo, che avevo una visione centrale sia in altezza che in larghezza, ero comodo, ben disposto da una magnifica serata (vedere questo film sotto un cielo stellato veneziano.). Ho provato un coinvolgimento totale nella musica grazie alle immagini, e un intrappolamento nelle immagini dovuto alla musica.. All’inizio è l’immagine che lo attrae. L’esordio di Kubick è a 17 anni come foto reporter per la rivista “Look”; e si capisce anche perché nei film ogni fotogramma è una foto buona. Ama lasciarsi sollecitare la vista e l’udito. E su questi due sensi punta anche per stuzzicare il pubblico. È così i tutti i film: Arancia meccanica ne è conferma, Barry Lindon è l’apogeo.
L’aspetto primitivo del Kubrick fotografo è proposto oggi da Enrico Ghezzi e Elisabetta Sgarbi nella mostra “Ladro di sguardi” presso la Fondazione Bevilacqua La Masa, che già lo scorso anno, sempre in occasione della mostra
del cinema, ha presentato gli scatti di Abbas Kiarostami.
Le foto sono quelle pubblicate dalla rivista “Look” tra il ’45 e il ’49. Solo quelle pubblicate. Chissà quelle che non aveva ritenuto adatte per i servizi, ma che ha comunque tenuto, da qualche parte. Dalla chiusura della rivista non è rimasto niente. Ma ecco che un’università, all’epoca abbonata alla rivista, ne ha conservata la collezione nella biblioteca. Risaltano fuori, allora, le foto realizzate dai 17 ai 22 anni. La sua scuola, i suoi esercizi. Quelle foto che gli hanno aperto la strada per sviluppare la vocazione cinematografica. Si tratta di varie serie che ritraggono la coda del dentista, piuttosto che i bambini allo stadio del baseball, ma quella che colpisce maggiormente per la quantità di tensione racchiusa in uno scatto è relativa a un pugile, colto nel momento
precendente l’incontro: gli occhi fissi, scavati che quasi non si vedono. E poi durante l’incontro, la ferocia e lo slancio atletico catturati tra i colpi dei boxeur, sono l’esempio di come avesse pure già fatto sue le problematiche di Cartier-Bresson. Le inquadrature sono quasi tutte dal basso, con luce a mezzogiorno (come spesso nei film); gli occhi sono solo macchie scure. L’espressività del viso è cristallizzata, delegata alla bocca, alle sopracciglia e alla fronte. E alla personale colonna sonora che ognuno di noi sentirà, guardando le foto.
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