L’esperienza artistica di Giulio Paolini nasce con Disegno geometrico del 1960. L’artista interviene sulla tela limitandosi a squadrarne la superficie per definire lo spazio della rappresentazione. Protagonista della Minimal Art, dell’Arte Povera e del Concettuale, l’artista torinese sposta l’interesse dalla forma dell’opera al significato dell’arte, indagando sulle dinamiche possibili tra artista, opera e spettatore, su spazio e tempo, sugli strumenti dell’arte e sulle strutture della visione.
Nel progetto realizzato nelle sale settecentesche del Palazzo-Museo Paolini rivela, in tre momenti distinti di un’unica operazione, le radici, i moventi e le modalità che intervengono nel fare artistico. Al piano nobile, si materializza l’Alfa, un autore senza nome circondata da stucchi e arredi del XVIII secolo e opere di maestri del passato. 4 poltroncine del Settecento, prelevate dal mobilio del Museo, fanno circolo intorno ad una presenza-assenza, una scultura poliedrica trasparente entro la quale è imprigionata l’immagine antica di Chardin che mostra un giovane che soffia bolle di sapone ignaro che intorno, come per un’esplosione improvvisa e inattesa, sono volati frammenti di carta con cerchi che diventano sfere e poi pianeti.
Poco distante, in un parallelepipedo di vetro assistiamo a Capogiro lo sguardo dello spettatore, un “corpo assente prima ancora che estraneo” lo definisce Paolini stesso, emblematicamente caduto a testa in giù con la sua velada (abito del tempo) e con il tricorno per terra, mentre nobili scarpe settecentesche con fibbia e tacco rosso restano per aria. Lo spazio circostante diviene parte integrante dell’opera, vi si riflette e vi entra. Vi è un filo continuo che unisce presente e passato nei lavori dell’artista “Le immagini per Paolini esistono e non è necessario cercarne di nuove, è più importante riflettere su ciò che già esiste” spiega la curatrice accompagnandoci verso l’Omega il corpo dell’opera che al pian terreno, nelle sale trasformate dall’intervento
A completare la visione ci sono tele che non riescono a stendersi, progetti su carta accartocciati o, riecheggiando gli effetti della deflagrazione di cui siamo stati spettatori al piano superiore, disegni ridotti a brandelli di pensiero sbattuti alla rinfusa su di una parete da un nuovo (o forse dallo stesso) prorompente scoppio, mentre, acme della manifestazione, una lastra caduta e ridotta in frantumi gioca con i riflessi della luce. Chiara Bertola continua nella sua lettura dell’astrusa formula matematica proposta ironicamente dall’autore: “l’Alfa fratto Omega (autore/opera) sono rappresentati fisicamente nelle due sale sovrapposte della Fondazione, mentre la X resta l’incognita dei possibili rapporti tra i due estremi e, in entrambi i casi (alfa e omega) la rappresentazione si presenta frammentata in quattro parti diverse”. Restiamo imbrigliati in questo allegorico trittico contemporaneo nell’attesa di una immagine possibile virtualmente, l’Opera, che non si realizza, ma il cui autore ha voluto svelare i meccanismi sottesi alla sua creazione e fruizione.
myriam zerbi
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