La fotografia può essere ancora testimonianza della realtà, ora che l’ambito massmediale ha sostituito la funzione iconica dell’opera d’arte? A questa domanda cerca di dare risposta l’esauriente rassegna fotografica Shot and go all’Isola di San Servolo. Per la terza edizione, grazie al supporto di un curatore lungimirante, l’organizzazione si è rivolta all’estero, con una selezione di quindici giovani fotografi provenienti da tutto il mondo che utilizzano la fotografia come mezzo espressivo più che tecnico, per indagare la complessità del reale, intromettendosi nella realtà per cambiarne la morfologia. La scelta del materiale esposto non è difatti soltanto una selezione –peraltro eccellente– ma un vero e proprio itinerario attraverso le modificazioni del presente.
Nei refugees di Katerina Držková (Repubblica Ceca, 1978), persone comuni sono ritratte da differenti punti di vista e in diverse ambientazioni, per dimostrare come la nostra percezione si modifichi a seconda di come concepiamo una data immagine. Nei model studies, Elina Brotherus (Helsinki, 1972) sonda la sensibilità femminile scegliendo se stessa come modella, nuda e in posa in interni desolati come fosse su un set cinematografico, giocando sull’ambiguità narrativo-immaginativa. Appartenenti al mondo onirico sono invece i personaggi dell’italiana Stefania Romano (Palermo, 1975), che compaiono dal nero di un bosco incantato, fate e giocolieri dell’infanzia, legati alla tradizione della sua città. Mentre le donne di Brigitte Niedermair (Merano, 1971), Sisters enigmatiche isolate in mezzo a landscape sconfinati, rappresentano, con un taglio pubblicitario e non senza ironia, la mescolanza etnica e l’identità globalizzata di chi, come lei, è abituato a vivere in zone di confine.
Anche i luoghi e le loro trasformazioni sono soggetto privilegiato. Nella serie peripheries, Marco Bohr (Germania, 1978), amplifica l’idea di periferia mostrando spazi i cui margini vengono delimitati dalla natura e dalla presenza degli osservatori che interagiscono col paesaggio. Il digitale è strumento essenziale per Johann Ryno de Wet (Sudafrica, 1982), che mostra lande drammatizzate ritoccate al computer con effetti spettacolari, e per Remy Lidereau (Francia, 1979) che interviene in un modo tutt’altro che invasivo, per creare visioni illusionistiche di esterni immaginati. Non manca il taglio sociale con il lavoro di Filipa César (Oporto, 1975), che racconta nel suo progetto sostanzialmente documentativo ma anche fortemente concettuale, Construction/Demolition, un problema urbanistico di Berlino, città dove risiede: la costruzione di un centro commerciale e la demolizione del Palast der Republik. Alejandro Vidal (Spagna, 1972) invece, registra scene di piccola guerriglia suburbana e insegna modalità di auto difesa all’interno di un territorio dominato dalle gang. Attinenti al tema sono anche Tarin Gartner (Israele, 1974) che nelle sue foto, sulle quali interviene con disegni realizzati su supporto magnetico come appunti di un quaderno, riflette sulle le problematiche del proprio paese d’origine, un Israele condizionato da un rapporto socio-politico difficile, difficoltà che si riverbera nei rapporti interpersonali e in un senso d’incertezza e paura.
L’italiano Claudio Gobbi (1971), che nella serie dedicata ai giardini giapponesi all’interno delle grandi metropoli occidentali, tra sospensione e raffinatezza, ricerca i luoghi architettonici scelti per ospitare il simbolo per eccellenza dell’identità nipponica. Una nuova fotografia dunque che attraverso un ventaglio di diverse modalità espressive diventa linguaggio dell’attualità, andando a scandagliare gli orizzonti ancora possibili di un panorama in continuo cambiamento.
francesca baboni
mostra visitata l’8 giugno 2007
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ma che palle la fotografia femminile
preferivo l'anno scorso!