A Padova sono in mostra foto, video e lightbox della sua produzione più recente che, recentemente, è stata oggetto di una esposizione romana all’Istituto Svizzero.
Protagonista delle opere è sempre l’artista, che continuamente mette in gioco il suo corpo, non come medium o come intermediario di una situazione, ma piuttosto come fine di un accadimento; Simone espone se stessa, e la sua vulnerabilità determina e condiziona la realtà.
Un ritratto di Artemisia Gentileschi realizzato con l’ausilio di specchi è fonte di ispirazione privilegiata per l’artista che fa propria la teoria di Jacques Lacan secondo cui la sperimentazione della realtà attraverso il corpo è l’unica via d’uscita di fronte al fallimento della possibilità di percezione.
All’ingresso della galleria si viene accolti da minacciosi sìbili nel vuoto, interrotti ritmicamente da colpi secchi di lame che si conficcano su una superficie piana posta sulla loro traiettoria. Il video presentato mostra, appoggiato sulla tavola di legno che funge da bersaglio, il volto di Simone che tradisce la paura e il timore del lanciatore di coltelli, trattiene il respiro e cerca di restare immobile. Ogni volta che uno dei coltelli giunge a bersaglio, gli occhi, i muscoli ed il respiro hanno un sussulto, e subito la tensione si rigenera in attesa del nuovo colpo.
Il b/n amplifica la drammaticità della situazione, il primissimo piano sul volto, che nasconde il lanciatore la cui presenza è percepita solo attraverso il sìbilo dei suoi coltelli, creano una situazione di fortissimo coinvolgimento emotivo. Il volto dell’artista se ne sta lì senza difese, completamente disarmato ed in balìa degli eventi.
La videoinstallazione occupa una parete della galleria dal soffitto della quale pendono, appesi a fili elettrici, micromonitor che proiettano filmati e brevi pensieri e messaggi vocali tratti dall’archivio personale dell’artista. Immagini e parole si combinano disordinatamente suggerendo interpretazioni nuove e diverse, e pur tuttavia sempre uguali se riferite a rappresentare l’intima vis dell’artista, i suoi processi mentali, la sua logica declaratoria e univoca, che non ammette obiezioni.
Appoggiati a terra i lightbox dell’artista vedono Simone protagonista in una sorta di metodica esplorazione tattile del terreno attraverso le sole piante nude dei piedi. In una sequenza di foto è invece narrata un’esperienza di regressione infantile dell’artista in un parco: l’abbandono ed il puro divertimento si manifestano nelle pose fanciullesche, nella riproposte di giochi mai dimenticati, ma tutto ciò si svolge nel silenzio, nel buio, o sotto gli occhi severi di una sorvegliante immobile in disparte. La situazione è risolta in una sorta di battaglia donchisciottesca che val la pena di combattere per ritrovare se stessi, liberarsi dai condizionamenti dell’età adulta per riscoprire l’ingenuità e il (dis)incanto infantile.
La mostra, curata da Viviana Gravano, aggiunge un tassello importante per chi, come il sottoscritto, abbia visto giustamente riconosciuta all’ultima Biennale, la ricerca di artisti come Ene Liis Semper o Xu Zhen.
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