Qualcosa, nel gusto, sembra in via di cambiamento anche nel campo della pittura. Il postmodernismo sta sparando le ultime cartucce, così cominciano a riemergere alcune tematiche rimaste sopite.
E nella memoria collettiva sfilacciata si insinuano tracce di una memoria individuale, si riconoscono i pezzi di un’identità, riemergono dal profondo segni quasi testuali, quasi intime confessioni diaristiche. Se a questo si aggiunge il recente e diffuso interesse per l’universo latino, europeo ed americano, con la sua potente carica emotiva e d’estroversione comunicativa, la strada è tracciata.
José Lerma, per qualità formale e concettuale, ha tutte le carte in regola per essere uno di quelli che, in uno scenario spesso vittima di mode transitorie, può fare la differenza nel lungo periodo…
Nato a Siviglia nel ’71 e giunto a Houston, in Texas, passando per San Juan di Portorico, l’artista ispano-americano vanta già una collocazione di prestigio nella scuderia newyorkese della galleria Andrea Rosen, dove ha tenuto una personale lo scorso anno. E alla sua prima in Italia, subito la ribalta veneziana de Il Capricorno, viatico per una pittura che colpisce per la fresca vena caratteriale, il raffinato gusto cromatico e l’originale impianto compositivo.
La pennellata di Lerma non è mai scontata: al variare del pigmento variano gli impasti, ora sono velature liquide ed opache, sporche, ora l’amalgama si fa materico, grasso, a tratti persino opalescente. La tecnica muove per stratificazioni e dichiara l’intento concettuale, di progressiva aggregazione d’esperienze, secondo una logica ipertestuale di taglio assolutamente autobiografico. Sul vibrante disegno a carboncino, calligrafico e minuzioso sulla tela bianchissima di gesso, o grezza al punto da far emergere la naturale texture della tramatura, il colore si insinua delicato, riempie i volumi, detta i livelli di piano e di senso, scandisce i ritmi e bilancia la composizione.
Innervati nelle composizioni quasi sempre aniconiche si riconoscono arti, gesti, oggetti, profili umani, varietà vegetali. Sono la memoria intima, il vissuto dell’artista ad affiorare: un tentativo di volo, un gioco infantile, una camicia di Ralph Lauren alla quale si corrisponde, è sintomatico, non l’abusato e triviale immaginario fashion ma un’affetto carico di ricordi personali. La sineddoche è tradìta, di lì passa una nuova soggettivazione nella pittura: non la camicia per le camicie ma quella camicia e nessun’altra.
Tra misteriosi segni calligrafici che rimandano a Twombly, un espressionismo vibrante che alterna drammaticità ed ironia, si compone un puzzle mentale, nel quale anche il colore di un dettaglio ripreso da una fotoricordo può diventare significante.
Così il volto si occulta, il luogo si dirada, l’accadimento si confonde. La tela è un grande racconto da interpretare o da inventare, perché non si rivela mai compiutamente. C’è un’idea che muove tutto, ed è quella che dietro la grande macchina del capitalismo postindustriale, dietro la globalizzazione ad ogni costo, si muovono vite ed emozioni.
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Mi ha colpito il fatto che José Lerma accantonati video, scultura e installazioni, torna alla pittura per riversarvi ricerche, esperienze e ricordi.
Con la tecnica e i colori, molto personali, compone un puzzle mentale, un racconto da interpretare o inventare.
Il fatto che non si rivela mai compiutamente, crea un alone di mistero che non gradisco e mi chiedo il perchè.
Complimenti ad Alfredo Sigolo per l'articolo.
Grazie alla Galleria Venezia, Il Capricorno per averci fatto conoscere José Lerna.
Maria Pezzica