Un autoritratto non è una semplice rappresentazione di ciò che in psicologia definiamo Sé, ma una rappresentazione dell’Io. Ovvero del soggetto conoscente e anche del Me, ovvero dell’oggetto conosciuto. In altre parole significa rappresentare la natura duplice e interattiva del Sé: come siamo, ma anche come gli altri ci vedono. Non solo ciò che appariamo agli occhi degli altri, ma anche ciò che siamo interiormente, nel nostro profondo.
La realizzazione della propria immagine ha da sempre attratto gli artisti di tutte le epoche e ha origini antichissime in quel mito di Narciso che Ovidio racconta nelle Metamorfosi. Diversi gli artisti che si sono cimentati nella realizzazione di autoritratti, realizzando immagini rimaste famose nei secoli.
Molte di queste opere sono presenti agli Uffizi dove, però, non vengono esposte in maniera permanente. In questo periodo è tuttavia possibile osservarle alla mostra che si tiene all’Istituto Veneto di Arti, Lettere e Scienze di Venezia. Entrati in questo pregiatissimo scrigno espositivo si possono ammirare, su eleganti pannelli neri, gli autoritratti di importanti artisti realizzati tra il XVI e il XX secolo, ognuno diverso dall’altro, con qualcosa da raccontare e da comunicare.
Troviamo Filippino Lippi, misterioso e intrigante, guardando il quale sembra quasi di sentire le parole del Vasari, che nelle sue Vite lo definì giovane “sempre cortese, affabile e gentile”. E ancora Raffaello, a 25 anni, che rivolge allo spettatore uno sguardo intenso e dolce. Incarna pienamente il ritratto psicologico, ed è ancora il Vasari nella biografia dedicata all’artista a dirci quanto Raffaello “facesse chiaramente risplendere tutte le più rare virtù dell’animo acco
Più avanti un bell’autoritratto di Gian Lorenzo Bernini a mezzo busto, con il volto quasi frontale, enfatizzato da una luce calda e avvolgente che accentua l’espressività dello sguardo e la bellezza dei lineamenti. Lo sguardo e la bocca accrescono l’effetto vitale della figura, atteggiata in posa quasi dialogante verso uno o più astanti ideali. Proseguendo incontriamo Rembrandt, che ha realizzato un dipinto dalle pennellate rapide e vigorose che accentuano l’espressività del ritratto. Si raffigura con un abito scuro e un ampio cappello, mostra il volto, abbozza anche un leggero sorriso, quasi per catturare l’attenzione di chi lo guarda.
Antonio Canova si propone nella veste del pittore intento a ritrarsi. Anche se lo sguardo guizzante d’intelligenza dell’artista non è rivolto allo spettatore, ma allo specchio, strumento indispensabile per riprodurre fedelmente i propri lineamenti sulla tela, rendendo il dipinto vitale e lontano da un’idea celebrativa del ritratto, che conferma la libertà intellettuale di Canova.
Tra le opere di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Giacomo Balla e molti altri, si arriva al Novecento. E anche l’autoritratto cambia, non più e non solo imitazione di ciò che si vede, ma anche trasposizione esteriore di ciò che si è e di ciò che si sente. Ed ecco allora Marc Chagall: l’artista non occupa più la parte predominante del dipinto, che evoca Parigi, i suoi monumenti, i ponti sulla Senna. Compaiono qui i motivi ricorrenti del mondo sentimentale dell’artista: la sposa, il gallo e ancora i colori (il blu, il viola, il verde).
Infine, l’opera di Michelangelo Pistoletto Autoritratto con occhiali gialli in cui, come spesso accade nelle opere dell’artista, grazie alla superficie specchiata, lo spettatore guardando l’opera d’arte ne diviene partecipe. Facendo sì che l’immagine non sia mai qualcosa di finito e chiuso, ma in divenire e in continuo contatto con l’esterno, con il mondo.
floriana riga
mostra visitata il 2 marzo 2007
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