Suggeriamo di iniziare la visita a questa mostra dalla collezione permanente del Museo Correr. Salendo il sontuoso salone si accede all’Ala napoleonica e solo dopo essere entrati nelle sale restituite all’antico splendore, come in un gioco suggestivo di rimandi, si può passare dai gessi di Antonio Canova alle foto, estremo oltraggio della modernità all’unicità dell’opera. Eppure su queste foto si sommano gli interventi. Quello del fotografo originario e quello di Rainer che dallo sguardo passa al gesto, quel gesto che era stato nella creta la mano di Canova ed ora è, nei colori, quello di un pittore che da anni sperimenta un’ operazione di annientamento/occultamento sulla storia.
Lungi dall’essere operazione sacrilega di sapore dadaista, l’intervento di Arnulf Rainer è l’esito di un rapporto quasi morboso con la scultura. L’artista interviene per nascondere e, così facendo, svelare altre possibilità di essere. Cosa diventano questi corpi? Azioni, porzioni anatomiche, pensieri, vestiti. La levità dei tocchi ben interpreta l’essenza di queste sculture e siamo ben lontani, ora, dall’incontro con i vertici drammatici di Rembrandt, Goya o di Friedrich, da cui ha ereditato la passione per gli scenari di forte impatto emotivo.
Queste operazioni di sovradisegno e sovrapittura, come intervento informale su un’immagine fotografica sono l’acme di una ricerca espressiva contagiata dalle sperimentazioni surrealiste degli anni intorno al ’50, e dal linguaggio corporeo e gestuale sperimentato su alati di mente, nel ’68.
Questa sua personalissima tecnica venne elaborata intorno al ’73 con una serie di dipinti, su fondo fotografico, realizzati direttamente con le mani e i piedi. Le opere in mostra attestano un approdo maturo e lieve in una attitudine al dialogo con le opere del passato che è il tratto distintivo di Arnulf Rainer.
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