Negli spazi della Fondazione Cini, su quel fazzoletto di terra nelle acque proprio di fronte a piazza san Marco, l’isola di San Giorgio Maggiore, è ospitata una mostra promossa da un’altra fondazione, la milanese Prada.
Nelle sale al piano terra dell’ex convento sono allestite due esposizioni separate dedicate ai progetti di Thomas Demand (Monaco, 1964), Yellowcake e Processo grottesco, attraverso cui il lavoro dell’artista tedesco assume sfumature e si apre a corto circuiti con la semiotica e con questioni politiche che permettono in parte di ripensare anche i lavori precedenti.
Il lavoro di Demand consiste in genere in grandi fotografie di ambienti e oggetti che l’artista immortala dopo averli interamente ricostruiti nel suo studio utilizzando solo del cartone. L’opera preliminare di ricostruzione è in genere tanto dettagliata che, nonostante le dimensioni di solito considerevoli delle riproduzioni, risulta difficile di primo acchito afferrare cosa non va, a cosa è dovuta quell’aria astratta e fuori dal tempo che le immagini comunicano. Per poi scoprire che è la fotografia, con la sua sintassi fatta di inquadrature sapienti e significanti, ad attribuire un grado di realtà ad una fredda, fragile finzione costruita con il solo scopo di apparire vera.
Ma con i due lavori in mostra a Venezia l’attenzione viene spostata dalla funzione della fotografia, medium menzognero che inganna ancora più efficacemente in virtù del realismo delle immagini, al reale. Ma è una realtà che può presentarsi non meno ingannevole della sua riproduzione.
In Processo grottesco (2006) Demand propone, oltre alla fotografia di quella che appare come una grotta, anche il copioso materiale necessario al lungo lavoro di documentazione e preparazione (cartoline, libri scientifici, romanzi, elaborazioni digitali, studi, il Merzbau di Kurt Schwitters e albi porno in ambientazione… grottesca) e la ricostruzione vera e propria in cartone dell’ambiente roccioso. Con un processo che rimanda al lavoro di Joseph Kosuth, Demand sembra incoraggiare la domanda, semiotica e filosofica, su cosa sia una grotta. Se quella dell’immagine fotografica, la sua ricostruzione in cartone o una delle innumerevoli versioni dell’antro proposte dalla letteratura e dalle immagini del passato.
In Yellowcake (2007) l’artista tedesco cela invece dietro a un titolo ingannevole, parte del gioco ingaggiato dalle immagini, un progetto che ripropone attraverso la dialettica tra realtà fotografata e finzione fotografica quella tra realtà e finzione politica. Demand consente con le sue immagini l’esplorazione di un doppio in cartone dell’ambasciata nigeriana a Roma: prima il suo anonimo esterno, quindi delle scale, una normale maniglia di una porta, un corridoio come tanti, un ufficio a soqquadro.
Ma non si tratta di un luogo tipo immaginato dall’artista, bensì del teatro di un trafugamento vero, avvenuto allo scopo di rubare dall’ambasciata articoli da cancelleria e timbri. Che potrebbero essere gli stessi usati per creare falsi documenti che testimoniassero del tentativo da parte dell’Iraq di Saddam Hussein di procurarsi uranio impoverito (in gergo “yellowcake”) per i propri esperimenti nucleari acquistandolo dal Niger. Documenti che potrebbero essere stati usati da George W. Bush quale prova dell’assoluta necessità dell’attacco all’Iraq.
La ricostruzione di Demand in questo caso appare un po’ meno realistica, un po’ più approssimativa, quasi l’artista volesse lasciar filtrare in maniera più evidente che ciò che è sotto i nostri occhi non è la realtà, ma solo una delle sue numerose possibili ricostruzioni.
valentina ballardini
mostra visitata il 1 luglio 2007
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