Lo spazio che riempie le parole. Non quelle che ascoltiamo dalle bocche di chi ci sta intorno. Le parole sono quelle silenziose che occupano i pixel dei nostri schermi e che giornalmente fagocitiamo con i software o via web. Le parole che esistono digitalmente e che riusciamo a spegnere con un click.
Cancelliamole lentamente, una ad una, fino a quando non rimane che il tessuto digitale su cui sono scritte. È questa, molto probabilmente, la pars destruens del lavoro di Marotta & Russo (Stefano Marotta, La Chaux de Fonds, 1971; Roberto Russo, Udine, 1969): rimuovere i segni alfabetici per arrivare alle strutture primarie che reggono l’impalcatura delle interfacce grafiche. C’è poi ovviamente la pars construens: ricomporre le basi, ricombinarle fino a raggiungere un nuovo senso. Fino a quando la grafica si trasforma in una sempre più complessa architettura visiva e diventa -alla fine- pittura.
Nascono così i lavori della serie ObjectKit, caratterizzati dall’uso di porzioni di grafica assemblate in modo di costituire veri e proprio paesaggi urbani ultramoderni. Una sorta di immensa e luminosa Las Vegas ricca di luci, frecce, colori puri e saturi. È un hi-tech esuberante che pulsa e vive sotto la pelle delle stampe lambda. E ci mostra un mondo che ancora non c’è e che forse vorremmo esistesse, ben oltre la realtà immateriale dei bit.
I lavori della serie Outline (come il site specific di grande impatto The Reverse Practice, un vero e proprio wall painting di oltre 7 metri), dimostrano invece come sia in corso nel duo friulano una ricerca di un ulteriore codice individuale, costruito da molti dei simboli che si trovano nei disegni tecnici, negli schemi delle schede e degli hardware dei personal computer.
Riconosciamo così i simboli delle seriali del mouse, le uscite video, ma anche i simboli dell’alimentazione elettrica, dei cavi coassiali, quelli dei tasti del volume, delle luci degli equalizzatori. Marotta&Russo stanno così attuando l’allargamento del proprio alfabeto impossessandosi di tutti gli elementi possibili, attuando il passaggio ulteriore dalla realtà del software a quella che fisicamente lo alimenta: l’hardware. È questa la sfida, lasciare fluire lo sguardo, viaggiare in quel mondo che ci appare utopico, distante, e invece già c’è e già ci appartiene. Passare dal catabolismo dell’analisi all’anabolismo della fantasia. E mai come ora la nostra vita sarà WYSIWYG: what you see is what you get.
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daniele capra
mostra visitata il 14 dicembre 2006
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