Quattro opere in mostra, quattro punti in cui si articola una riflessione a tutto tondo sul delicato equilibrio esistente tra individuo e società, diritto e etica, obblighi di legge e morale spicciola. Rodney McMillian (Columbia, 1969) la conduce con rigore, utilizzando il simbolismo, la metonimia e l’allegoria, giocando sulla percezione visiva e sugli slittamenti di significato, attraverso una prassi che attinge con intelligenza al ready made.
Una ricostruzione del neoclassico Capitol Building di Washington domina lo spazio. Realizzata con sovrapposizione di carte sagomate, nastro adesivo e pastello acquarellato, la struttura si regge su un equilibrio precario, si accartoccerebbe su se stessa non fosse retta da sottili fili sospesi dal soffitto. Il luogo dove Camera e il Senato emanano e custodiscono le leggi del vivere civile negli States appare qui inaspettatamente fragile e pericolante, quasi un presagio della drammatica e controversa vicenda recente di Terri Schiavo, caso esemplare di come talora l’esercizio della giustizia non vada molto d’accordo con ciò che, nel comune sentire, è reputato realmente giusto.
Di fronte, una comune mensola occupa la parete, su di essa sono allineati volumi di vario genere. E’ forse l’opera più interessante della mostra, che gioca con i titoli dei dorsi dei libri. La sequenza è determinante, non il contenuto.
Parole e frasi che rimandano al vivere sociale, alle sue regole, si alternano ad altre che rimandano ad una dimensione intima, del sentire individuale: dalla sequenza emerge chiara una dicotomia alla continua ricerca d’equilibrio.
Il libro ha da sempre stimolato la ricerca nel campo delle arti visive. Nel 2001 a New York una mostra dal titolo The Book as Image and Object documentava alcune significative intrusioni dell’oggetto libro nell’arte contemporanea, da Christo a Oldenburg, da Duchamp a Man Ray, fino alle più recenti interpretazioni di Donald Lipski e Peter Wuthrich.
Nel caso di McMillian i titoli sono objects trouvés che mostrano i controversi percorsi della cultura contemporanea. Ancora un volume, stavolta nel senso originario del volumen latino, occupa la parete di fondo.
E’ la favola di Pinocchio trascritta in un grande rotolo dall’artista, che nell’opera di Collodi, caposaldo letterario italiano e universale, ripercorre le tappe della crescita dell’individuo.
Ancora un tributo all’Italia è la trascrizione, sulla vetrata esterna della galleria, di alcuni versi dal Canto VIII della Divina Commedia. Si tratta di una frase pronunciata da Virgilio durante l’attraversata dello Stige: Quanti si tegnon or là sù gran regi/ che qui staranno come porci in brago,/ di sé lasciando orribili dispregi! Il riferimento alla condizione effimera della vita terrena appare evidente, in fondo un’appello a fare i conti sempre con la propria coscienza.
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