La fotografia del pistoiese Alessandro Mencarelli (Serravalle Pistoiese, 1956) è il racconto di storie reali di vite vissute. La sua, di avvocato penalista specializzato in diritto carcerario, e quella dei suoi assistiti, spesso extracomunitari, con cui instaura un legame più che professionale, umano e amichevole, nel tentativo di ridar loro liberta e dignità anche al di fuori dei confini del tribunale.
Fotografo per passione fin dai tempi giovanili, Mencarelli si scopre artista solo di recente, creando un sincero e proficuo connubio tra il contenuto sociale che narra e una fotografia personalissima. Un’arte priva di complessità concettuali e spinte soggettivistiche. Una ricerca concreta, comprensibile, legata al presente.
Mohammed è un assistito nord-africano che accettò la proposta di accompagnare il suo avvocato nel luogo dove viveva, al termine della sua vicenda giudiziaria. Inizia il viaggio dei due nei grandi locali dismessi dell’ex fabbrica Breda, rifugio di molti extracomunitari, ospiti dell’Hotel Clandestine (che dà il titolo alla mostra). Nel nome, scelto da Mencarelli e Mohammed, hotel indica un luogo dove si vive, si dorme, si mangia, ma che in fondo non ci appartiene, e clandestine rivela la condizione sociale e politica dei suoi “ospiti”. L’Hotel ha numerosi ospiti e stanze, ma manca di tutto ciò che noi consideriamo necessario in un’abitazione comoda. Mencarelli non ne fa un reportage documentaristico di denuncia, non mostra né gli ambienti fatiscenti né i volti tristi, ma si concentra sulla sfera intima, fatta di oggetti e giornali abbandonati sul pavimento, qualche giocattolo, lattine vuote vicino a un vecchio libro e le coperte che portano tutto il calore di queste persone. L’autore non banalizza la sua fotografia né vuole commuovere, la sua dichiarazione si basa sulle piccole cose, sublimate da un notevole gusto estetico.
Mohammed non si vede mai come persona, è il protagonista della fotografia attraverso i suoi limitati spazi personali, i suoi pochi oggetti, le tracce lasciate dal suo corpo sulla coperta abbandonata di fretta. Le fotografie sono particolari, dettagli di oggetti, colti dal vero ma sublimati da luci sfumate, come in caso di Giacca, in cui il morbido panneggio sembra un panorama notturno. Mentre in Toys, una moderna natura morta, la luce analitica avvicina gli oggetti nel contrasto di colori complementari. Il dettaglio ingrandito si fa composizione astratta in Coperta, in cui le cuciture compiono un gioco grafico di una certa coerente geometria, nell’impatto cromatico tra un verde e un violetto floreali.
Mohammed incarna una realtà sociale cui nessuno sfugge, nemmeno i “non-clandestini”, coloro che fino a poco prima erano gli esclusivi clienti dell’hotel, gli operai della fabbrica Breda, uniti da un legame stretto con gli extracomunitari, una condivisione di difficoltà, della durezza della vita quotidiana. La condivisione tra la Pistoia operaia e la situazione dei clandestini pone in evidenza in modo non demagogico, ma semplicemente umano, come al fiorire dei “5 stelle” l’Hotel Clandestine non sia mutato.
giacomo malatrasi
mostra visitata il 12 aprile 2007
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