Insolita è l’origine di questa serie di foto commissionate a Luigi Ghiri (1943-1992). Siamo alla fine degli anni Ottanta quando una grande industria della bassa veronese affida al fotografo l’incarico di documentare la realtà territoriale in cui l’azienda stessa, sin dal primo dopoguerra, opera. È il territorio che si estende tra le province di Verona e Mantova, fino a lambire Parma, tra piccole città, case rurali, ma anche larghi campi e fiumi sopra cui, con mille nuvole, il cielo si staglia morbido e azzurro. È la pianura padana, il terreno degli autunni brumosi ma anche delle piatte, metafisiche, distese di grano e di mais.
Nascono così queste fotografie a colori, le cui stampe originali a dire il vero risentono negativamente del tempo (più di qualcuna presenta una fastidiosa dominante gialla). C’è la campagna, con il lavoro rurale e i depositi degli attrezzi agricoli, ma anche le ville patrizie. C’è il cielo terso ma anche il fascino ammaliatore della nebbia, che con il suo vapore rende il mondo irriconoscibile e può far perdere la strada di casa, come capita in una famosa scena del felliniano Amarcord. E poi la suggestione della neve, che veste di bianco gli intricati rami degli alberi rinsecchiti e riesce ad appiattire in una luce abbacinante il paesaggio (Riva di Luzzara).
Molti degli scatti testimoniano di un modo di comporre le inquadrature che privilegia le prospettive allargate del grandangolo, in senso quasi cinematografico, collocando la linea dell’orizzonte a metà dell’immagine e sottolineando la profondità con elementi disposti verticalmente, come file d’alberi e di piante, lampioni, ma anche, dove l’ambiente è più antropizzato, con la successione di portici, finestre.
Mai retorico e sempre colto, anche quando può dare l’impressione di sfiorare il kitsch, (pensiamo all’uso di colori molto saturi o alla scelta di soggetti da cartolina), Ghirri dà il meglio di sé in quelle situazioni in cui il linguaggio si fa sintetico, per alcuni aspetti rarefatto, tra l’ermetico ed il metafisico.
È così che il confessionale all’interno della Certosa di Parma sembra perdere tutto il suo senso affiancato da una enorme cornice senza tela, o che il notturno con la giostra vuota della fiera di S.Giuseppe di Scandiano (il suo paese natale) apre squarci interrogativi, presagi inquietanti. La capacità di saper spingere lo spettatore verso la ricerca del senso rende molto interessanti le fotografie delle stazioni di servizio (soggetto mutuato forse dalla fotografia americana), ma soprattutto quelle delle officine con attrezzi da lavoro, caratterizzate da accumuli di soggetti da natura morta. Ed è così che si concretizza anche un omaggio a Giorgio Morandi, il cui studio viene ripreso con un tavolo e l’immancabile conchiglia.
Nonostante le numerose foto scattate negli interni di case coloniche e dimore aristocratiche (in una delle quali la presenza della luce è sottolineata magistralmente con la sagoma della finestra che illumina un affresco), è la campagna piena di cielo a fare da protagonista . E non rimane che perdersi, oltre le porte che segnavano un tempo i confini delle vecchie proprietà rurali e i tracciati di vecchie strade che ora non portano più in nessun luogo. È Ghirri stesso, citando Borges, a spiegarci come alla fine “il segreto, vale assai meno delle vie che hanno condotto ad esso“.
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