“Ho sentito un palpito, poi mi è venuta un’idea”. Inizia così Il re del vento, lungometraggio del regista uruguayano Héctor Javier Di Lavello Occhiuzzi (Montevideo, 1975), presentato al PotenzaFilmFestival e protagonista di una personale all’AmnesiacArts. Inizia così un viaggio dantesco con una telecamera a mano, un film-metafora, anzi vera e propria figura del destino dell’uomo, scritto nell’imperscrutabile disegno divino, ma libero come il vento che soffia su una Montevideo tanto reale quanto irriconoscibile. La religiosità animistica degli avi su cui s’innesta perfettamente un cattolicesimo visionario hanno da sempre dato vita nell’arte latinoamericana a quell’affascinante coesistenza di realismo e surrealismo che ritroviamo in pittori come Rivera o Siqueiros. Nel film di Occhiuzzi ogni cosa è ciò che è, ma nello stesso tempo è qualcos’altro. Il reale è ultra-reale, più vero del vero: “io nel mio cinema riprendo la realtà così come lo fa la macchina, in quella realtà scorgo qualcosa di più grande e significativo, oltre la realtà e il cammino per scoprire quella realtà è anche esplorare la realtà nei suoi minimi dettagli.”
Agustin, un ragazzo su una motocicletta in giro per le vie della città, diventa un essere mitologico a cavallo di un animale meccanico dall’unico, grande occhio luminoso. “Il re del Vento, nato dal fiume della Plata, il vento Pampero e lo Spirito Santo, figlio dell’Acqua, del Sole, della Luna, liberatore delle anime e del popolo”, recita come una nenia la voce narrante del regista, mentre l’eroe antico ci conduce in mezzo alle forze oscure della natura. La visione, in un bianco e nero molto sfocato, dai toni a tratti morbidissimi a tratti abbaglianti e duri, diventa sempre più difficile, quasi astratta, come se lo spettatore venisse trasportato al centro di una tempesta nel giorno del giudizio. Poi il vento, la voce di Dio, potente e suggestivo protagonista del film, si placa.
E il giro in moto riprende il suo ritmo scanzonato e giocoso fino a raggiungere il Palazzo Legislativo di Montevideo. Qui la telecamera, dapprima malferma nel seguire la corsa di Agustin, indugia: il centro del potere al calare delle tenebre è un mostro enorme e luminoso, granitico e silenzioso. Emerge il sostrato politico del film, la protesta silente contro un potere indifferente alla miseria di un paese dal nobile passato e ridotto a periferia nordamericana.
È evidente il richiamo al Cinéma Nôvo, movimento sperimentale brasiliano degli anni Sessanta con cui Occhiuzzi ha molti debiti: il richiamo al neorealismo italiano nell’uso di attori non professionisti e di uno stile documentaristico, l’uso polemico di mezzi poverissimi in contrasto alle tecnologie hollywoodiane, l’immediatezza della camera a mano, la narrazione ellittica. Il contenuto politico, però, in quei film il protagonista indiscusso, qui è solo uno degli elementi, insieme al racconto autobiografico, alla riflessione sulla morte, alla ricerca di Dio, di un affresco accorato e sincero dell’umanità intera. Anche il continuo rivolgersi alla telecamera degli attori dei film sperimentali brasiliani, nel cinema di Héctor si traduce in un coinvolgimento più diretto dello spettatore nella realizzazione del film: il regista, che in alcuni momenti usa la telecamera come fosse un prolungamento della propria anima, in altri rende il processo filmico del tutto scoperto (“ho perso il fuoco; spostati più al centro; erano meglio le lenti arancioni”) nel tentativo di spezzare il binomio cinema-finzione e di ‘redimere’ il cinema dalla sua ormai secolare falsità.
Questo aspetto meta-linguistico assume un valore morale perchè incrina e sconvolge del tutto il rapporto personaggio/spettatore e regista/spettatore, presentando eventi e personaggi veri dove egli si aspetta solo simulazione ed artificio.
La qualità estetica, quasi pittorica, delle immagini, al tempo stesso morbide e disturbanti grazie all’uso di una telecamera a bassa tecnologia, si ripropone nelle fotografie dello stesso regista proiettate nello spazio WhiteCube Basilicata (la galleria di un metro per un metro all’interno della home gallery). Immagini effimere e realistiche come apparizioni divine.
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www.potenzafilmfestival.com
barbara improta
mostra visitata il 18 febbraio 2007
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