All’interno della sala il profumo di incenso al gelsomino e la musica indiana di sottofondo sono complici nel rendere l’atmosfera speciale. Intanto perché è la celebrazione della collaborazione tra Tarshito (in sanscrito vuol dire sete di dio è il nome che ha dato nel ’79 Bhagwan Shree Rajneesh -ovvero Osho- al suo allievo spirituale Nicola Strippoli) e una serie di artisti e artigiani di ogni parte del mondo. La geografia umana non ha confini per lui. Artista, designer, arredatore, architetto, nonché docente di design all’Accademia di Belle Arti di Roma (è nato a Corato, Bari nel 1952), Tarshito firma da sempre le sue opere con il termine inglese with, proprio a sottolineare la condivisione dell’opera con coloro che danno forma alle sue idee.
All’opening della mostra erano presenti, insieme a Tarshito, gli artisti locali Francesco Ventura, Antonio D’Introno, Benedetto e Benedetta Martinelli, Andrea Natuzzi, ognuno dei quali ha esplorato, con l’interazione del pubblico, il proprio specifico campo artistico: chi facendo imprimere le orme delle mani nei panetti di argilla; chi scolpendo, chi disegnando oppure ricoprendo una scultura con una lamina d’oro. Tutti lavori che verranno ultimati e “riformulati”, in stretta condivisione con il pubblico, in occasione della festa di chiusura della mostra, il 23 aprile.
Nel grande spazio espositivo -in cui Sol Lewitt ha lasciato la sua traccia nel grande e coloratissimo wall-drawing del 2003- sono illustrate alcune tappe importanti del lavoro di Tarshito, a partire dai due tavoli di rovere per banchetti rituali in cui sono inseriti fiori e candele o vasi; alle Pietre di luce, pannelli di gesso ricoperti in foglia d’oro con inserti di agate; poi ci sono le tartarughe e altre sculture in terracotta; i vari Guerrieri d’amore, alcuni disegnati e dipinti, altri eseguiti in forma di arazzo con tecniche differenti, a seconda dell’esatto luogo di provenienza e della diversa mano degli artisti.
Insomma, come ha scritto di lui Pierre Restany, “L’incontro tra la filosofia progettuale del design occidentale e i miti ispiratori dell’artigianato indiano ha prodotto risultati sorprendenti di grande varietà stilistica e materica, testimoni dell’unione libera tra la simbologia rituale e la pratica funzionale del quotidiano.”
L’installazione Sundervan (significa foresta meravigliosa), che è stata esposta di recente anche a Mumbay, è senza dubbio il luogo più suggestivo. È una sorta di giardino in cui gli spettatori possono entrare, addentrandosi nei sentieri di parole (frasi di Osho, Don Tonino Bello, Aivanhov, Thich Nhat Nahn) e immagini (le miniature firmate Tarshito with Raju e Mukesh Swami), lasciandosi guidare dal suono accogliente delle campanelle appese ai quadri.
Apparentemente è molto forte l’impronta stilistica -diciamo pure folk- dell’area di provenienza delle mani che collaborano a rendere l’idea di Tarshito un’opera. Ma ben vedere c’è sempre un elemento iconografico, connotato da una potente valenza simbolica, che si distingue dal contesto: è lì che emerge ad alta voce la paternità dell’artista. Le mani di uomini e donne che si trasformano in fiori, ad esempio, i piedi in radici, i capelli in antenne protese verso l’alto, ponte tra materia e spirito, tra cielo e terra…
La tappa più recente di questo lungo percorso artistico è rappresentata dai dipinti gestuali su carta fatta a mano, a cui sono abbinate frasi di maestri spirituali. Il vaso è l’elemento costante. “Sono vasi vuoti che si riempiono per ricevere la bellezza, la luce”, spiega l’artista. “Tu, io, la gente siamo dei vasi puliti, vuoti, arresi e silenziosi, aperti a ricevere il divino che è in ognuno di noi.”
manuela de leonardis
mostra visitata l’8 aprile 2006
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