E’ con una serie d’installazioni, sorprendenti ed inquietanti al tempo stesso, che si apre la mostra di Ernesto Jannini, segnando così il ritorno dell’artista nella galleria veronese che già diverse volte l’ha ospitato. Nell’esposizione, allestita principalmente con opere risalenti agli ultimi due anni, si nota chiaramente contaminazione tra natura e tecnologia, dove l’una si fonde nell’altra. Si tratta di un incontro-scontro tra due mondi così diversi, ma così prepotentemente presenti nella vita quotidiana di ognuno: da una parte c’è l’aspetto che più conosciamo, quello della natura, buona, materna e tranquillizzante; dall’altro la tecnologia, sconosciuta e per certi versi temuta, con la sua ormai inarrestabile e incontenibile marcia. Due mondi opposti e inavvicinabili, quindi? Non è certo di questo parere Jannini quando afferma: “lo sguardo dell’artista unisce ciò che è separato”. Ecco allora che un freddo reticolo di circuiti viene usato come base di supporto o come nucleo interno per diverse opere facendolo diventare un semplice oggetto, utile in questo processo di assemblaggio. Ne scaturisce, quindi, un dialogo proficuo, in quanto portatore di uno scambio di stimolazioni reciproche.
Di particolare rilievo sono due opere: Le dejeuner sur l’herbe, ispirata al più famoso quadro di Manet, composta da una lunga, enigmatica passerella di microcircuiti illuminati di luce verde, le cui estremità sono delimitate da una mela e da un bastone per non vedenti e Gran mercato, una scultura parietale, per la prima volta in esposizione, composta da una cassetta di pomodori, “bacati” da microchips, racchiusa in una teca di plexiglas.
La mostra si chiude con l’installazione che dà il titolo alla mostra: Il Grande Fardello, con la quale l’artista, per sua stessa ammissione, ironizza, facendone una parodia, il mondo dei reality show, icone della banalità e della mediocrità che pervadono il nostro presente. L’opera si presenta come un tavolo apparecchiato in modo alquanto singolare: banconote da 500 euro, bicchieri, bottigliette di acqua recanti la sigla del Grande Fardello che riprendono il simbolo dell’occhio dal format originale, similfrutta, perizoma rossi e, non ultime, bande di microcircuiti illuminati da luci al neon, firma inconfondibile del lavoro dell’artista. La rappresentazione dell’effimero, quindi. Se non fosse per una striscia di sabbia con pietre vulcaniche, prelevate dalla sommità dell’Etna: la natura riprende il sopravvento e lo fa pareggiando i conti con certa contemporaneità un po’ vuota e superficiale.
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www.ernestojannini.it
alessandra giacometti
mostra visitata il 16 febbraio 2005
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Jannini rappresenta sicuramente per il panorama artistico italiano contemporaneo uno dei personaggi di maggior spessore e vitalità. A volte l'arte italiana è fortemente sottovalutata, sia a carattere quotazionale, sia a carattere di visibilità, ma non per questo non è priva di artisti importanti. Cattelan non è l'unico artista...
Parole sacrosante le tue, caro Paolo
Jannini grande artista! Ho avuto la possibilità di averlo come professore e devo dire che mi sono trovato benissimo.
Aspetto nuove mostre! Speriamo che possa avere maggiore visibilità anche a livello internazionale!